La riabilitazione nella distrofia muscolare di Duchenne: l’approccio fisioterapico
Redazione IKOSECM
Articolo di approfondimento al corso Ecm C0604.
La riabilitazione nella distrofia di Duchenne non punta a guarire la malattia, ma a difendere giorno per giorno la funzione che il paziente conserva. La distrofia muscolare di Duchenne (DMD) è una miopatia geneticamente determinata e progressiva: il fisioterapista non può modificarne il decorso primitivo, ma può incidere in modo decisivo sui danni secondari, cioè sulle retrazioni, sulle deformità e sulla perdita anticipata di autonomia che derivano dal disuso e dai compensi posturali. Questo articolo ripercorre l’impianto riabilitativo proposto dal corso ECM FAD del Dott. Ivan Di Francescantonio: dalla valutazione funzionale alla chinesiologia dei compensi, dal trattamento fisiochinesiterapico all’idrokinesiterapia, fino alla riabilitazione post-chirurgica, con l’obiettivo di mostrare come ogni fase abbia obiettivi propri e misurabili.
Il corso La distrofia muscolare di Duchenne. Approccio fisioterapico riabilitativo è rivolto a fisioterapisti e all’equipe multiprofessionale che segue il paziente miodistrofico: medici chirurghi, terapisti occupazionali, terapisti della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, infermieri e infermieri pediatrici, logopedisti, psicologi, educatori professionali, podologi, tecnici ortopedici e altre figure della riabilitazione. A cura del Dott. Ivan Di Francescantonio, fisioterapista, eroga 10 crediti ECM in modalità FAD a distanza.
Perché la riabilitazione è centrale nella distrofia di Duchenne
La DMD è una distrofinopatia a trasmissione X-linked recessiva: il deficit di distrofina, proteina che stabilizza la membrana della fibra muscolare, rende il muscolo fragile e ne determina una degenerazione progressiva, simmetrica, che procede dal cingolo pelvico verso quello scapolare. Su questo processo primitivo la fisioterapia non interviene.
Il suo campo d’azione è un altro, e non meno importante: i danni secondari. L’atrofia da non uso, le retrazioni muscolo-tendinee e le deformità articolari non sono inevitabili nella stessa misura della degenerazione, e proprio su questi il trattamento può fare la differenza. Il materiale del corso colloca qui l’obiettivo riabilitativo: conservare la funzionalità dell’apparato locomotore per prevenire, contenere e compensare il deficit, ritardando la comparsa delle complicanze che anticipano la perdita della deambulazione.
La valutazione funzionale come base del programma riabilitativo
Nessun programma riabilitativo regge senza una valutazione iniziale e ripetuta. Il corso descrive tre strumenti complementari. La scala MRC (Medical Research Council) saggia la forza del singolo muscolo su sei gradi, da 0 (nessuna contrazione) a 5 (forza normale). Le scale funzionali di Siegel e Demos forniscono un resoconto riproducibile e obiettivo dello stato funzionale globale e della sua evoluzione. La misurazione goniometrica del ROM passivo monitora le principali articolazioni, dall’estensione dell’anca e del ginocchio alla flessione dorsale del piede.
Il materiale sottolinea due bisogni del paziente miodistrofico che orientano tutto il programma: usare il meno possibile i muscoli deficitari e sfruttare i mezzi di fissazione passiva. Le valutazioni vanno ripetute con regolarità, con intervalli più ravvicinati nelle forme a rapida evoluzione, così da intercettare per tempo l’aggravarsi delle limitazioni.
Chinesiologia dei compensi: leggere il movimento per intervenire
Questa è la chiave biomeccanica dell’approccio riabilitativo. Perdendo progressivamente forza, il paziente non smette semplicemente di muoversi: riorganizza il movimento. Il corso descrive l’ordine con cui scompaiono le capacità motorie, dalle attività che richiedono il massimo lavoro contro gravità (saltare, correre) fino al cammino, è la logica dell’equilibrio nella stazione eretta, fatta di compensi che controbilanciano la flessione del tronco e portano avanti il bacino.
Saper leggere questi compensi è ciò che permette al fisioterapista di distinguere un adattamento utile da un meccanismo che sta preparando una deformità. Il materiale descrive il cammino a pendolo, la manovra di Gowers e il segno del tripode come segnali concreti di questa riorganizzazione, e indica che il raggiungimento di una somma di limitazioni articolari pari o superiore ai 90 gradi a carico di anca, ginocchio e piede può determinare la perdita della deambulazione. La valutazione del movimento, quindi, non è descrittiva: orienta direttamente le priorità del trattamento.
Il trattamento fisiochinesiterapico: tecniche, dosaggio e ortesi
E la parte più corposa dell’impianto riabilitativo, ed è quella in cui si gioca l’equilibrio più delicato. La seduta tipica descritta dal corso segue una successione precisa: termoterapia per migliorare la microcircolazione (controindicata in presenza di deficit cardiaco), massoterapia di preparazione, chinesiterapia con mobilizzazione attiva contro moderata resistenza, educazione posturale.
Il concetto cardine è l’attività muscolare ottimale: il muscolo distrofico va mantenuto in una fascia di lavoro equidistante tra l’eccesso, che accelera la degenerazione e provoca dolore, e il difetto, che porta atrofia da non uso e retrazioni. Si lavora rispettando la stanchezza, mai sino all’esaurimento. A questo si affianca la prevenzione delle deformità: il materiale, citando Boccardi, descrive la postura corretta come la migliore prevenzione è la lotta alle posture asimmetriche come obiettivo costante.
Le ortesi completano il quadro. Il corso distingue le ortesi statiche (docce notturne, apparecchi di verticalizzazione), che mantengono atteggiamenti articolari corretti durante le posture prolungate, dalle ortesi dinamiche (tutori per il cammino come i KAFO, busti, Corsetto Statico Equilibrato per la scoliosi), che compensano una funzione deficitaria.
L'idrokinesiterapia: riabilitare nell'ambiente microgravitario
L’acqua offre al paziente miodistrofico un ambiente che a terra non potrebbe avere. Il corso descrive l’idrokinesiterapia come complemento del trattamento a secco e ne illustra le tre proprietà fisiche sfruttate: la spinta di galleggiamento, che riduce il carico e facilita la stazione eretta e il movimento; la pressione idrostatica, con i suoi effetti sistemici e sul lavoro respiratorio; la resistenza, che aumenta con la velocità del gesto e consente di graduare lo sforzo.
Proprio perché si tratta di una malattia rara e grave, il materiale insiste sulle controindicazioni all’immersione, distinte in assolute, relative e temporanee, la cui valutazione è di competenza del medico specialista. Per monitorare lo sforzo durante la seduta il corso richiama la scala di Borg nelle sue versioni, che quantifica l’intensità percepita e aiuta a calibrare l’esercizio sul singolo paziente.
La riabilitazione post-chirurgica nel paziente miodistrofico
La chirurgia ortopedica non è un’alternativa alla riabilitazione, ma una sua fase. Il corso ne chiarisce l’obiettivo: correggere limitazioni e deformità articolari affinché non siano queste, e non la degenerazione muscolare, la causa prima della perdita della deambulazione. Il momento individuato dal materiale è la fase del cammino a pendolo, quando la somma delle limitazioni si avvicina ai 90 gradi.
Il ruolo del fisioterapista si concentra nel pre e nel post-operatorio. Il trattamento descritto comprende esercizi respiratori, allineamento posturale, mobilizzazione precoce, esercizi muscolari isometrici e il recupero della stazione eretta e della deambulazione, secondo uno schema pre/post/a distanza ripreso da Boccardi e Lissoni. Il materiale segnala inoltre le cautele anestesiologiche particolari del paziente miodistrofico, a conferma di quanto la presa in carico riabilitativa debba essere integrata in un lavoro di equipe.
Domande frequenti
Qual è lo scopo della riabilitazione nella distrofia muscolare di Duchenne?
Il materiale del corso chiarisce che l’intervento riabilitativo non modifica il processo morboso primitivo, ma è efficace nel ritardare la comparsa dei danni secondari, conservando la funzionalità e la qualità di vita. Le premesse di un buon programma sono l’inizio precoce, la continuità nel tempo e l’individualità del percorso, adattato al singolo paziente.
Come si valuta la forza muscolare con la scala MRC?
Il materiale spiega che la scala MRC (Medical Research Council) è una scala numerica a sei gradi, da 0 (nessuna contrazione) a 5 (forza normale), usata per saggiare la forza del singolo muscolo. Nel paziente con DMD è uno degli strumenti che permettono di monitorare la progressione del deficit e di calibrare il trattamento nel tempo.
Che cosa si intende per attività muscolare ottimale nella DMD?
Il materiale la definisce come l’attività muscolare necessaria per mantenersi equidistanti tra l’eccesso di attività motoria, che accelera la degenerazione e provoca dolori, e il difetto, che porta ad atrofia da non uso e retrazioni. E uno dei principi guida del dosaggio dell’esercizio nel paziente miodistrofico.
Qual è la differenza tra ortesi statiche e dinamiche?
Il materiale spiega che le ortesi statiche servono a mantenere atteggiamenti articolari corretti durante posture prolungate, mentre quelle dinamiche compensano una funzione deficitaria, anche introducendo forze sostitutive con tiranti elastici o molle. Nel percorso riabilitativo della DMD le due categorie hanno ruoli distinti e complementari.
Che cos'è la manovra di Gowers e perché è rilevante per il fisioterapista?
Il materiale la descrive come la modalità con cui il paziente con DMD si alza da terra arrampicandosi su se stesso, appoggiando le mani sulle gambe e risalendo, per compensare il deficit dei muscoli estensori dell’anca. Per il fisioterapista è un segno osservabile della riorganizzazione motoria che orienta la valutazione dei compensi.
Quali capacità motorie vengono perse per prime nella DMD?
Il materiale indica che le prime attività a essere perdute sono quelle in cui tutto il corpo si muove contro gravità, come correre e saltare. Conoscere quest’ordine di scomparsa aiuta a stabilire le priorità del programma riabilitativo e a interpretare correttamente i compensi che il paziente mette in atto.
Quali proprietà fisiche dell'acqua si sfruttano nell'idrokinesiterapia?
Il materiale indica la spinta di galleggiamento, che riduce il carico e facilita il movimento, la pressione idrostatica, con effetti sistemici e respiratori, è la resistenza dell’acqua, che aumenta con la velocità del gesto. Insieme rendono l’ambiente acquatico utile come complemento del trattamento a secco.
A che cosa serve la scala di Borg nella riabilitazione in acqua?
Il materiale spiega che la scala di Borg quantifica l’intensità dello sforzo percepito, utile a graduare l’esercizio. Nell’idrokinesiterapia del paziente con DMD diventa uno strumento per calibrare il carico sul singolo, evitando l’affaticamento eccessivo del muscolo distrofico.
Qual è l'obiettivo della chirurgia ortopedica nella DMD rispetto alla riabilitazione?
Il materiale indica che la chirurgia ortopedica mira a correggere le limitazioni e le deformità articolari, per evitare che siano queste, e non la degenerazione muscolare, la causa prima della perdita della deambulazione. Si integra così nell’approccio riabilitativo globale, di cui rappresenta una fase e non un’alternativa.
Che cosa prevede il trattamento fisioterapico post-operatorio nella DMD?
Il materiale indica esercizi respiratori, allineamento posturale, mobilizzazione precoce, esercizi muscolari isometrici e il recupero della stazione eretta e della deambulazione. Il fisioterapista interviene sia nel pre sia nel post-operatorio, secondo uno schema strutturato nel tempo.
Perché la postura corretta e così importante nella riabilitazione della DMD?
Nel materiale l’educazione posturale è descritta come la migliore prevenzione delle deformità: mantenere atteggiamenti corretti e contrastare le posture asimmetriche aiuta a contenere retrazioni e deviazioni che, nel tempo, possono compromettere la funzione e anticipare la perdita della deambulazione. E un obiettivo costante del trattamento conservativo.
Il corso sulla riabilitazione nella distrofia di Duchenne quanti crediti ECM rilascia?
Il percorso eroga 10 crediti ECM in modalità FAD a distanza. E rivolto a fisioterapisti e all’equipe multiprofessionale che segue il paziente miodistrofico ed è a cura del Dott. Ivan Di Francescantonio, fisioterapista.
In conclusione
La riabilitazione nella distrofia di Duchenne non promette di fermare la malattia, ma offre al fisioterapista strumenti concreti per difendere la funzione, prevenire le deformità e accompagnare il paziente lungo le diverse fasi del decorso. Dalla valutazione con la scala MRC alla chinesiologia dei compensi, dall’attività muscolare ottimale all’idrokinesiterapia, fino alla riabilitazione post-chirurgica, ogni fase ha obiettivi propri e misurabili, e ogni decisione va presa all’interno di un lavoro di equipe. Il corso ECM FAD La distrofia muscolare di Duchenne. Approccio fisioterapico riabilitativo, a cura del Dott. Ivan Di Francescantonio, approfondisce questo impianto in modo sistematico e rilascia 10 crediti ECM. Scopri il corso e iscriviti per approfondire la presa in carico riabilitativa del paziente miodistrofico.
Crediti immagini:
- Foto di Marc Zeman su Unsplash