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La fasciopatia plantare: dalla biomeccanica del piede al trattamento secondo le linee guida

Redazione IKOSECM

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Articolo di approfondimento al corso Ecm C1097.

La fasciopatia plantare: dalla biomeccanica del piede al trattamento secondo le linee guida
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La fasciopatia plantare e una delle cause piu frequenti di dolore al tallone e, nonostante un decorso spesso autolimitante, puo incidere a lungo sulla qualita della vita e sull’attivita sportiva o lavorativa. Per il professionista del settore muscolo-scheletrico, gestirla bene significa partire dalle basi anatomo-biomeccaniche del piede, saper riconoscere e differenziare il quadro clinico e applicare un trattamento conservativo realmente basato sulle evidenze. Questo articolo segue il filo conduttore del corso, dalle basi alla pratica: anatomia e biomeccanica del piede, terminologia e diagnosi della fasciopatia plantare, diagnosi differenziale del dolore al tallone e, infine, il trattamento conservativo secondo le linee guida APTA/JOSPT. I test, le manovre e le tecniche descritte sono contenuto formativo, non istruzioni cliniche autonome.

In sintesi. Il corso “La fasciopatia plantare: le linee guida per la pratica clinica”, a cura del Dott. Ivan Di Francescantonio (fisioterapista), eroga 15 crediti ECM in modalita FAD. E rivolto a medici chirurghi, fisioterapisti, podologi, infermieri, tecnici ortopedici, tecnici sanitari di radiologia medica, tecnici di neurofisiopatologia, terapisti occupazionali, terapisti della neuro e psicomotricita dell’eta evolutiva e massofisioterapisti. Il taglio e clinico-riabilitativo basato sulle evidenze.

Anatomia e archi del piede: la base della fasciopatia plantare

Comprendere la fasciopatia plantare richiede di partire dall’anatomia funzionale del piede. Il corso descrive una struttura composta da 26 ossa (28 con i sesamoidi), 33 articolazioni e circa 20 muscoli, organizzata in retropiede, mesopiede e avampiede. Centrali sono i tre archi plantari: l’arco longitudinale mediale, con altezza fisiologica di circa 15-18 mm e lo scafoide come chiave di volta, l’arco longitudinale laterale (circa 3-5 mm) e l’arco trasverso.

Il corso analizza poi i principali sistemi articolari con i loro assi triplanari: la tibio-peroneo-astragalica, la sottoastragalica con l’asse di Henke (orientato a circa 42 gradi con il piano trasverso e 16 con il sagittale), la mediotarsica di Chopart e la tarso-metatarsale di Lisfranc. Da questi assi derivano i movimenti combinati di pronazione (abduzione, eversione, flessione dorsale) e supinazione (adduzione, inversione, flessione plantare), che intersecano tutti i piani dello spazio.

Sul piano legamentoso e muscolare, il materiale descrive lo spring ligament, il legamento a siepe e la coxa pedis, il complesso astragalo-calcaneo-scafoideo che Pisani paragona funzionalmente all’anca. Approfondisce inoltre la muscolatura estrinseca e intrinseca e il tendine d’achille, tendine congiunto del complesso gastro-soleo, che secondo il materiale puo sopportare carichi fino a 12,5 volte il peso corporeo nella corsa, con il suo organo entesico e il cuscinetto adiposo di Kager. Sono le strutture su cui poggia la lettura biomeccanica della patologia.

I modelli biomeccanici del piede e l'effetto argano

Il corso ripercorre l’evoluzione dei modelli biomeccanici del piede, perche cambiano il modo di interpretare la fasciopatia plantare. Si parte dal modello statico a tre punti di Farabeuf, si passa per Root, con i criteri di normalita e la posizione neutra della sottoastragalica, e per la teoria dell’equilibrio rotazionale di Kirby, fino alla Scuola italiana.

Particolare rilievo hanno gli autori italiani. Pisani introduce la coxa pedis e la distinzione tra piede astragalico, piu dinamico, e piede calcaneare, piu statico. Paparella Treccia propone il modello del piede-elica, leggendo i dismorfismi come eccesso o difetto di avvolgimento. Ronconi descrive il piede come organo di senso e organo di moto, individuando tre biomeccanismi che si attivano in sequenza – trasmissione, moto elicoidale e propulsione – che insieme permettono al piede di svolgere e avvolgere l’elica podalica grazie all’interazione tra gravita e tricipite surale.

Un concetto trasversale e l’effetto argano (o verricello): durante la fase propulsiva del passo, l’estensione delle dita tende la fascia plantare, irrigidisce e compatta l’avampiede e solleva l’arco longitudinale mediale al momento dello stacco della punta. Il corso evidenzia che questo stesso principio viene poi sfruttato in alcuni esercizi di rinforzo della fascia, creando un ponte diretto tra biomeccanica e trattamento.

Dalla fascite alla fasciopatia: terminologia e clinica

Il corso dedica grande attenzione alla terminologia. Il suffisso -ite di fascite suggerisce un processo infiammatorio che pero, secondo il materiale, lo studio istopatologico non conferma: i campioni mostrano una degenerazione mixoide con frammentazione della fascia, cioe un processo degenerativo cronico non infiammatorio. Per questo si preferiscono i termini fasciopatia o fasciosi, e soprattutto plantar heel pain, proposto come diagnosi-contenitore sotto cui raccogliere condizioni con presentazione e sede simili, di cui la fasciopatia e la piu frequente ma non l’unica.

Sul piano epidemiologico, il corso indica che la fasciopatia plantare colpisce il 4-7% della popolazione, piu frequentemente le donne tra i 40 e i 60 anni, ed e bilaterale in circa un terzo dei casi. Descrive inoltre una doppia popolazione tipica: quella sportiva, con dolore da sovraccarico, e quella sedentaria con elevato indice di massa corporea.

La presentazione clinica classica e un dolore plantare mediale adiacente al tallone, avvertito ai primi passi del mattino, che tende a ridursi rapidamente per poi ripresentarsi dopo stazione eretta o cammino prolungato e dopo incrementi di carico, in genere senza interferire con il riposo notturno. Il corso sottolinea la storia naturale favorevole, con risoluzione dei sintomi in circa l’80% dei pazienti entro 12 mesi, elemento importante per impostare aspettative realistiche con il paziente.

Linee guida, fattori di rischio e diagnosi differenziale

Il corso inquadra la diagnosi nel contesto delle linee guida per la pratica clinica dell’APTA/JOSPT, nella revisione 2023. Spiega che i livelli di evidenza (cinque, da I a V) riflettono la forza delle fonti, mentre i gradi di raccomandazione (sei, da A a F) sono assegnati di conseguenza: un grado A richiede una preponderanza di studi di livello I e II con almeno uno di livello I. Le linee guida, ricorda il materiale, sono parametri di riferimento e non standard rigidi di assistenza.

Tra i fattori di rischio, raccolti in tre macro-categorie (intrinseci specifici del piede, intrinseci legati ad anatomia e biomeccanica, ed estrinseci), il corso segnala l’ispessimento della fascia oltre i 4 mm, la limitazione della dorsiflessione e l’indice di massa corporea: un IMC superiore a 35 aumenta il rischio di circa 2,4 volte. Sono richiamati anche il paradosso di Tiberio e il ruolo dell’iperpronazione.

Sul versante diagnostico, il materiale descrive la dolorabilita alla palpazione dell’inserzione prossimale infero-mediale, il windlass o Jack’s test (effetto verricello), il Silfverskiold test per differenziare l’accorciamento del gastrocnemio da quello del soleo e il Foot Posture Index. La diagnosi differenziale e ampia: frattura da stress del calcagno, bone bruise, sindrome del cuscinetto adiposo, sindrome del tunnel tarsale, malattia di Sever, radicolopatia S1 e altre condizioni, tutte presentate come materiale didattico di riconoscimento e non come diagnosi autonoma.

Trattamento conservativo: terapia manuale, stretching e taping

Il corso presenta il trattamento conservativo della fasciopatia plantare secondo le linee guida 2023, riportando per ciascun intervento il grado di raccomandazione. Premette che il decorso e in larga parte autolimitante, con risoluzione conservativa nell’82-90% dei casi e recidive intorno all’11%, e che le prime sei settimane sono il periodo piu favorevole, pur potendo il trattamento protrarsi fino a 6-10 mesi; nell’atleta si privilegia un riposo attivo con modifica dell’attivita.

La terapia manuale riceve un grado A: comprende mobilizzazione articolare e dei tessuti molli dell’arto inferiore, dall’IASTM al rilascio miofasciale, per ridurre il dolore e migliorare la funzionalita. Anche lo stretching e raccomandato con grado A, sia della fascia plantare (eseguito al mattino, con le dita in estensione e la caviglia neutra o dorsiflessa) sia del complesso gastrocnemio-soleo, mentre il materiale segnala evidenza insufficiente per aggiungere lo stretching di altri gruppi muscolari.

Il taping e raccomandato con grado A per il breve termine: il corso descrive il low-dye con nastro rigido, che scarica meccanicamente la volta, e il kinesiotape, citando un RCT in cui il kinesiotape risulta piu efficace del low-dye nelle prime 48 ore. Vengono inoltre trattati le ortesi plantari e i tutori notturni, questi ultimi utili a contrastare la flessione plantare notturna del piede. Tutte le tecniche sono presentate con i relativi gradi di raccomandazione, come contenuto didattico e non come prescrizione clinica autonoma.

Agenti elettrofisici ed esercizio terapeutico ad alto carico

Il corso completa il quadro terapeutico con gli agenti elettrofisici e l’esercizio. Tra i primi descrive la Low-Level Laser Therapy o laser freddo (con potenza inferiore a 0,5 watt, piu efficace se associata a esercizio eccentrico), la sonoforesi per la somministrazione transcutanea di farmaci e le correnti interferenziali, di cui richiama il fenomeno di inibizione di Wedensky come uno dei meccanismi d’azione.

Il cuore di questa parte e l’esercizio terapeutico, raccomandato con grado B. Il corso assimila la fasciopatia alla tendinopatia secondo il modello di Cook e Purdam, con una fase reattiva gestita con isometria e una fase degenerativa con lavoro concentrico ed eccentrico. Su questa base introduce la mechanotherapy ad alto carico secondo Rathleff: un heel raise unilaterale con un asciugamano sotto le dita per attivare l’effetto verricello, con fasi temporizzate (concentrica, isometrica ed eccentrica) eseguito a giorni alterni per circa tre mesi, con carico progressivamente crescente.

Il materiale chiude con cenni ad altri interventi che esulano dall’ambito strettamente fisioterapico: la terapia ad onde d’urto (ESWT) e le infiltrazioni di corticosteroidi o PRP, riportate senza una raccomandazione specifica, oltre al dry needling e a un approccio multimodale che combina piu interventi. Il corso ribadisce che gradi di raccomandazione, protocolli e tecniche vanno attribuiti alle linee guida e usati con prudenza, mai come prescrizione clinica autonoma.

Domande frequenti

Da quali ossa e formato l'arco longitudinale mediale del piede?

Secondo il materiale del corso, l’arco longitudinale mediale e formato dal calcagno, dall’astragalo, dallo scafoide (che ne costituisce la chiave di volta), dal primo cuneiforme e dal primo metatarso. La sua altezza fisiologica va da 15 a 18 mm ed e sostenuto passivamente da legamento e fascia plantare e attivamente dai muscoli cavizzanti.

Quando il piede si trova in pronazione e quando in supinazione?

Il corso spiega che il piede e in pronazione quando, totalmente o in una sua parte, e abdotto, everso e flesso dorsalmente; e in supinazione quando e addotto, inverso e flesso plantarmente. Poiche gli assi articolari del piede sono triplanari, questi movimenti intersecano in realta tutti i piani dello spazio.

Che cos'e la coxa pedis e perche si chiama cosi?

Il materiale, riprendendo Pisani, descrive l’articolazione astragalo-calcaneo-scafoidea come coxa pedis perche la paragona funzionalmente all’anca: l’epifisi e rappresentata da testa e collo dell’astragalo, mentre il cotile e una cavita osteo-fibrocartilaginea completata inferiormente dallo spring ligament. Serve a trasmettere e convertire le sollecitazioni dell’arto inferiore.

Quali sono i tre biomeccanismi del piede individuati da Ronconi?

Il corso riporta che, secondo Ronconi, il piede consta di tre biomeccanismi che si attivano in sequenza: il biomeccanismo di trasmissione, quello a moto elicoidale e quello di propulsione. Insieme permettono al piede di modulare il passo dell’elica podalica, svolgendola e avvolgendola grazie all’interazione tra gravita e tricipite surale.

Che cos'e l'effetto argano (o verricello) del piede?

Secondo il materiale, l’effetto argano supporta la fase propulsiva del passo: l’estensione delle dita tende la fascia plantare, irrigidisce e compatta l’avampiede e solleva l’arco longitudinale mediale al momento dello stacco della punta. E lo stesso principio sfruttato in alcuni esercizi di rinforzo della fascia.

Perche il termine fascite plantare e considerato poco corretto?

Il corso spiega che il suffisso -ite indica una condizione infiammatoria che pero sembra assente nello studio istopatologico dei campioni dei pazienti: i risultati mostrano una degenerazione mixoide con frammentazione della fascia, cioe un processo degenerativo cronico non infiammatorio. Per questo si preferiscono fasciopatia o fasciosi plantare, o la diagnosi-contenitore plantar heel pain.

Che cosa si intende per diagnosi-contenitore (o diagnosi-ombrello)?

Il materiale la definisce come un termine ombrello sotto cui radunare una serie di condizioni a presentazione e localizzazione simile. Nel caso del plantar heel pain, la fasciopatia plantare e il quadro piu frequente ma non l’unico: serve quindi una valutazione accurata e sistematica per individuare l’effettivo elemento responsabile del dolore.

Come si presenta tipicamente il dolore nella fasciopatia plantare?

Secondo il corso, il dolore e localizzato in area plantare mediale, adiacente al tallone, ed e tipicamente avvertito durante i primi passi del mattino; tende a scomparire rapidamente per ripresentarsi dopo stazione eretta o cammino prolungato o un incremento di carico. In genere non interferisce con il riposo notturno e non si irradia alle dita.

Qual e la storia naturale della fasciopatia plantare?

Il materiale indica che la storia naturale e positiva: circa l’80% dei pazienti mostra una risoluzione dei sintomi entro 12 mesi dall’esordio. Il decorso e in genere autolimitante e spesso accelerato dal riposo, pur con possibilita di recidive in una minoranza di pazienti.

Cosa indicano i livelli di evidenza e i gradi di raccomandazione nelle linee guida?

Il corso spiega che i livelli di evidenza (cinque, da I a V) si riferiscono alla forza della fonte individuata in letteratura, mentre i gradi di raccomandazione (sei, da A a F) sono assegnati in riferimento al livello di evidenza degli studi: piu alto e il livello delle fonti, piu alto e il grado. Un grado A richiede una preponderanza di studi di livello I e II con almeno uno di livello I.

L'indice di massa corporea e un fattore di rischio per la fasciopatia plantare?

Si: il corso indica che l’indice di massa corporea (IMC) e un fattore di rischio riconosciuto per lo sviluppo della fasciopatia plantare. In particolare, un IMC maggiore di 35 kg/m2 aumenta il rischio di sviluppare la patologia di circa 2,4 volte, secondo i dati riportati nel materiale.

A cosa serve il Silfverskiold test?

Il materiale spiega che il Silfverskiold test permette di differenziare se l’accorciamento del complesso gastro-soleo e a carico del gastrocnemio (componente bi-articolare) o del soleo (mono-articolare): si misura la dorsiflessione della caviglia con il ginocchio esteso e poi flesso a 90 gradi. Se la dorsiflessione aumenta in modo significativo flettendo il ginocchio, la contrattura e del gastrocnemio.

Che cos'e il Foot Posture Index?

Secondo il corso, il Foot Posture Index valuta sei componenti della postura del piede, assegnando un punteggio positivo ai segni di supinazione e negativo ai segni di pronazione; il punteggio aggregato indica la posizione complessiva del piede. E utile per valutare le variabili biomeccaniche dell’appoggio come possibili fattori di rischio.

Come va eseguita la manovra di stretching della fascia plantare?

Il materiale indica di eseguirla al mattino, prima di mettersi in piedi o di iniziare un’attivita di carico intenso, soprattutto dopo aver mantenuto a lungo la condizione di scarico. Si incrocia la gamba interessata sulla controlaterale, si afferrano le dita fino alla base portandole a fine corsa in estensione fino a percepire la tensione sulla fascia, con la caviglia in posizione neutra o dorsiflessa.

Che cos'e il fenomeno di inibizione di Wedensky associato alle correnti interferenziali?

Il corso lo descrive come lo smorzamento della risposta muscolare risultante dall’applicazione di una serie di stimoli rapidamente ripetuti al nervo motorio, situazione in cui una stimolazione meno frequente produce una risposta muscolare. E uno dei meccanismi alla base dell’azione delle correnti interferenziali.

In conclusione

Affrontare la fasciopatia plantare in modo efficace significa partire dalla biomeccanica del piede – archi, assi e modelli fino all’effetto argano – per poi inquadrare correttamente il quadro clinico, abbandonando il fuorviante termine fascite a favore di fasciopatia o plantar heel pain, e differenziarlo dalle altre cause di dolore al tallone. Solo cosi il trattamento conservativo raccomandato dalle linee guida APTA/JOSPT – terapia manuale, stretching, taping, ortesi, agenti elettrofisici ed esercizio ad alto carico – puo essere applicato con il giusto razionale e i corretti gradi di evidenza. Il corso “La fasciopatia plantare: le linee guida per la pratica clinica” del Dott. Ivan Di Francescantonio, da 15 crediti ECM in modalita FAD, accompagna l’intero percorso dalle basi alla pratica. Scopri il corso e iscriviti per approfondire biomeccanica, diagnosi e trattamento in modo strutturato.

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