Riabilitazione e Fisioterapia 11 MIN DI LETTURA

Tendinopatia achillea: dall’anatomia del tendine d’Achille alle opzioni di trattamento

Redazione IKOSECM

Redazione IKOSECM

Articolo di approfondimento al corso Ecm C0337.

Tendinopatia achillea: dall’anatomia del tendine d’Achille alle opzioni di trattamento
Tendinopatia achillea: dall’anatomia del tendine d’Achille alle opzioni di trattamento — approfondimento a cura della redazione scientifica IKOSECM.

La tendinopatia achillea è una delle condizioni muscolo-scheletriche più frequenti nella pratica riabilitativa, e una corretta gestione richiede di partire dalle fondamenta: l’anatomia funzionale e la biomeccanica del tendine d’Achille. Comprendere come questo tendine assorbe e restituisce energia, come si organizza la sua struttura e perché alcune zone sono più vulnerabili è il presupposto per inquadrare la patologia, valutarla e impostare un trattamento conservativo coerente. In questo approfondimento ripercorriamo il filo logico che va dall’anatomia alla riabilitazione: struttura e biomeccanica del tendine, fisiopatologia e classificazione delle forme, valutazione clinica e diagnosi differenziale, e infine le principali opzioni di trattamento conservativo, dalla gestione del carico all’esercizio terapeutico.

Questo approfondimento nasce dal corso ECM FAD La tendinopatia achillea: anatomia biomeccanica ed opzioni di trattamento, rivolto a professionisti del settore muscolo-scheletrico: medico chirurgo, fisioterapista, podologo, tecnico ortopedico, tecnico sanitario di radiologia medica, terapista occupazionale e infermiere. Il percorso eroga 10 crediti ECM in modalità FAD ed è curato dal Dott. Ivan Di Francescantonio, fisioterapista. Il taglio è tecnico-riabilitativo e di aggiornamento: non sostituisce la valutazione clinica del singolo paziente.

Anatomia funzionale e biomeccanica del tendine d'Achille

Il tendine d’Achille, o tendine calcaneale, è il più robusto del corpo umano: lungo in media circa 15 centimetri, è privo di guaina sinoviale ed è avvolto dal peritenonio. Il materiale del corso evidenzia come sia un tessuto relativamente avascolare, con un’area critica ipovascolare collocata indicativamente tra i 2 e i 6 centimetri prossimali all’inserzione, la zona più frequentemente coinvolta nelle rotture.

Una caratteristica peculiare è la spiralizzazione delle fibre: procedendo verso l’inserzione, le fibre ruotano internamente di circa 90 gradi, con rotazione massima tra i 2 e i 5 centimetri prossimali all’inserzione. Questa torsione ottimizza l’accumulo e la restituzione di energia elastica durante il passo. Il corso illustra come la funzione elastica del tendine contribuisca in modo rilevante all’efficienza della marcia e alla riduzione dei costi energetici della corsa.

A monte agiscono i muscoli del complesso gastro-soleo: il soleo, monoarticolare e posturale, ricco di fibre lente; il gastrocnemio, con fibre veloci, che disegna il profilo del polpaccio; e il plantare, legato alla risposta elastica nel passo. L’inserzione viene descritta come un vero e proprio organo entesico, che comprende la tuberosità del calcagno, fibrocartilagini, borse e il cuscinetto adiposo di Kager, strutture che dissipano e trasferiscono lo stress meccanico all’osso.

Sul piano istologico il tendine è formato da fibre collagene (prevalentemente di tipo I) immerse in una matrice di proteoglicani, con una quota d’acqua intorno al 60-65% e una popolazione cellulare di tenociti che rilevano e traducono le deformazioni meccaniche. La risposta meccanica è descritta dalla curva tensione-deformazione, articolata in più regioni: l’iniziale toe region, la linear region e la fase di cedimento. Il corso riporta che lesioni microscopiche compaiono già a deformazioni contenute e che la rottura sopraggiunge a livelli di stiramento elevati: un dato che chiarisce perché la gestione del carico sia centrale in riabilitazione.

Fisiopatologia e classificazione: dalla tendinite alla tendinopatia

Il secondo passaggio del percorso riguarda l’evoluzione della terminologia e l’inquadramento nosografico. Il corso ricostruisce il passaggio storico da termini come achillodinia, tendinite e tendinosi alla denominazione attuale di tendinopatia, proposta da Maffulli e collaboratori alla fine degli anni Novanta: una scelta che riflette il fatto che il quadro istopatologico non è tipicamente infiammatorio.

Sul piano della localizzazione, il materiale distingue la tendinopatia inserzionale, che interessa l’inserzione calcaneare (indicativamente entro i 2 cm), dalla tendinopatia non inserzionale, che riguarda la porzione compresa tra i 2 e i 7 cm dall’inserzione, cioè il corpo centrale del tendine. Attorno all’inserzione vengono inquadrate anche entità correlate come le borsiti retrocalcaneari e la sindrome di Haglund (il cosiddetto pump-bump).

Il corso dedica spazio alla malattia di Sever (apofisite calcaneare), affezione del periodo di accrescimento, e alla paratendinopatia, processo che interessa il paratenonio nelle sue forme acuta e cronica. Centrale è poi la definizione di tendinosi come degenerazione cronica intratendinea, con aggregati disorganizzati di collagene e alterazioni vascolari in assenza di segni infiammatori intratendinei, descritta anche come un “processo di guarigione fallito”.

A fare da cornice interpretativa è il modello del continuum di Cook e Purdam, che descrive il passaggio attraverso una fase reattiva (adattamento reversibile al sovraccarico, che ispessisce il tendine e ne aumenta la rigidità), una fase di degradazione e una fase degenerativa. Il modello, accompagnato dalla “teoria dell’iceberg” (il dolore come sola punta emergente), aiuta a leggere la tendinopatia come un processo dinamico più che come un’etichetta statica.

Valutazione clinica e diagnosi differenziale

Il terzo capitolo del percorso traduce le conoscenze anatomo-patologiche in ragionamento clinico. Il punto di partenza è una valutazione strutturata: l’anamnesi (storia clinica, comorbidità, attività fisica, caratteristiche del dolore) e l’ispezione dell’allineamento statico, del retropiede, dell’avampiede e del passo, con strumenti come il test di Coleman per la flessibilità del retropiede.

Tra i test funzionali il corso descrive il navicular drop test per stimare la pronazione, il cammino sulle punte e sui talloni in chiave differenziale, la misurazione del ROM articolare, la valutazione della forza e della resistenza con l’heel-rise test, fino ai test di salto. Sul versante dell’integrità del tendine viene illustrato il test di Thompson (o Simmond), in cui la perdita di flessione plantare alla compressione del polpaccio è segno di lesione, insieme al riflesso achilleo. Il materiale richiama inoltre l’uso del Limb Symmetry Index come riferimento per il ritorno all’attività.

Per la tendinopatia in senso stretto vengono presentati test specifici come il segno dell’arco doloroso e il Royal London Hospital Test, oltre al VISA-A Score, scala utile a quantificare la severità clinica e a seguirne l’evoluzione. La diagnosi differenziale è un capitolo a sé: il corso passa in rassegna la sindrome da impingement posteriore, la frattura da stress del calcagno, la fascite plantare, le tendinopatie del tibiale posteriore e dei peronieri, la sindrome del tunnel tarsale e altre condizioni che possono entrare nel ragionamento clinico. Si tratta di contenuti formativi: le scelte diagnostiche restano in capo al professionista che valuta il singolo paziente.

Trattamento conservativo: gestione del carico ed esercizio terapeutico

L’ultimo capitolo affronta le strategie di trattamento conservativo. Il corso colloca le diverse forme in un quadro epidemiologico (con una netta prevalenza delle forme non inserzionali) e distingue due tipologie di pazienti, i giovani attivi e gli anziani sedentari, che rispondono in modo diverso al trattamento. L’obiettivo di fondo viene descritto in modo unitario: migliorare la tolleranza al carico dell’unità funzionale muscolo-tendinea, con una progressione per scopi che va dalla riduzione del dolore al recupero di forza, funzione, potenza ed elasticità.

Centrale è il concetto di gestione del carico: ridurre il carico tensile e compressivo senza sospendere del tutto l’attività (“attività protetta”), tenendo conto del fatto che il dolore da sovraccarico può manifestarsi anche a distanza di ore dallo stimolo. Tra i presidi descritti figurano lo splint notturno, le talloniere e i rialzi calcaneari (che riducono il carico in trazione e, nelle forme inserzionali, la compressione) e le ortesi plantari personalizzate per correggere anomalie biomeccaniche come l’iperpronazione.

Sul piano dell’esercizio terapeutico il corso illustra il protocollo eccentrico di Alfredsson (la caduta del tallone in carico monopodalico, a ginocchio esteso e flesso), il programma combinato di Silbernagel, l’Heavy Slow Resistance training e un modello di monitoraggio del dolore che definisce un range di sicurezza per progredire senza eccedere. Vengono infine richiamate le terapie fisiche, dalla Low Level Laser Therapy agli ultrasuoni, e la terapia ad onde d’urto, basata sulla meccanotrasduzione. Tutti questi contenuti sono presentati in chiave didattico-riabilitativa: le scelte terapeutiche, compresi eventuali riferimenti farmacologici, restano in capo al professionista che tratta il singolo paziente.

Domande frequenti

Come sono orientate le fibre del tendine d'Achille verso l'inserzione sul calcagno?

Procedendo verso l’inserzione sul calcagno, le fibre del tendine d’Achille ruotano internamente di circa 90 gradi. Questa spiralizzazione, illustrata nel corso, ottimizza l’assorbimento e la restituzione di energia elastica durante il passo, contribuendo all’efficienza del movimento.

In quale zona del tendine d'Achille la spiralizzazione delle fibre è massima?

Secondo il materiale, la spiralizzazione delle fibre è massima nella zona compresa tra i 2 e i 5 centimetri prossimali all’inserzione. Proprio questa zona, vicina anche all’area critica ipovascolare, è sottoposta a un particolare stress meccanico.

Qual è la funzione del muscolo soleo?

Il soleo è un muscolo ad azione posturale: composto prevalentemente di fibre lente, è monoarticolare (agisce solo sulla caviglia) ed è il principale flessore plantare del piede. Si contrae per stabilizzare il corpo durante la stazione eretta.

Perché l'inserzione del tendine d'Achille viene definita 'organo entesico'?

L’inserzione del tendine d’Achille viene definita ‘organo entesico’ per la sua complessità: non è un punto singolo, ma un apparato che comprende la tuberosità del calcagno, le fibrocartilagini, alcune borse e un cuscinetto adiposo, tutti coinvolti nel dissipare e trasferire lo stress meccanico all’osso.

Di cosa è composto il tendine d'Achille dal punto di vista istologico?

Il tendine d’Achille è composto da fibre collagene immerse in una matrice di proteoglicani, con una quota ridotta di cellule (i tenociti). Secondo il materiale, l’acqua rappresenta circa il 60-65% del tessuto e il collagene di tipo I una quota rilevante della componente fibrillare.

In quante regioni si divide la curva tensione-deformazione del tendine?

La curva tensione-deformazione del tendine d’Achille si articola in tre regioni: la toe region (in cui piccole forze producono deformazioni facili), la linear region (a decorso più ripido) e la fase di cedimento, che termina con la rottura. Capirla aiuta a comprendere il razionale della gestione del carico.

Qual è la differenza tra tendinopatia inserzionale e non inserzionale?

La tendinopatia inserzionale interessa l’inserzione calcaneare (indicativamente entro i 2 cm), mentre la non inserzionale riguarda la porzione del tendine compresa tra i 2 e i 7 cm dall’inserzione, cioè il corpo centrale. Quest’ultima è, secondo il materiale, la forma più frequente.

Perché oggi si parla di tendinopatia e non più di tendinite?

La tendinopatia è definita come una sindrome clinica caratterizzata da dolore, gonfiore e limitazione funzionale. Il termine, proposto da Maffulli alla fine degli anni Novanta, ha sostituito ‘tendinite’, non corretto sul piano istopatologico perché il quadro non è tipicamente infiammatorio, e ‘tendinosi’, corretto ma incompleto.

Che cosa si intende per tendinosi del tendine d'Achille?

Il termine ‘tendinosi’ indica la degenerazione cronica intratendinea, caratterizzata da aggregati disorganizzati di fibre collagene, degenerazione mucoide, calcificazioni e alterazioni vascolari, in assenza di segni infiammatori intratendinei. È uno dei concetti chiave per comprendere la natura non infiammatoria della patologia.

Che cos'è la fase reattiva nel modello di Cook e Purdam?

Secondo il modello del continuum di Cook e Purdam, la fase reattiva è un adattamento a breve termine al sovraccarico: ispessisce il tendine, ne riduce lo stress e ne aumenta la rigidità. Non è una risposta tipicamente infiammatoria ed è considerata un processo reversibile.

A cosa serve il VISA-A Score nella tendinopatia achillea?

Il VISA-A Score fornisce un indice di severità clinica delle affezioni del tendine d’Achille. In un’ottica evidence-based è utile per valutare la gravità del quadro e per seguirne l’evoluzione nel tempo, anche durante il percorso di trattamento.

Come si usa il segno dell'arco doloroso per distinguere tendinopatia e paratendinopatia?

Secondo il materiale, il segno dell’arco doloroso è considerato positivo per tendinopatia quando il gonfiore nodulare si sposta seguendo il movimento di flessoestensione del piede; rimane invece fisso in caso di paratendinopatia. È quindi un elemento utile a orientare la diagnosi differenziale tra le due condizioni.

Come agiscono talloniere e rialzi calcaneari nella tendinopatia achillea?

Secondo il materiale, le talloniere e i rialzi calcaneari riducono l’entità del carico in trazione sul tendine grazie a una lieve flessione plantare che lo accorcia, e intervengono sulla posizione dell’articolazione sottoastragalica; nelle forme inserzionali contribuiscono anche a ridurre la compressione del tallone.

In cosa consiste il protocollo di esercizio eccentrico di Alfredsson?

Il protocollo di Alfredsson prevede l’esercizio di caduta del tallone in carico monopodalico, eseguito per la sola componente eccentrica, prima con il ginocchio esteso e poi con il ginocchio flesso. È uno degli approcci di esercizio terapeutico discussi nel corso per la tendinopatia achillea.

Che cos'è l'onda d'urto utilizzata nel trattamento delle tendinopatie?

L’onda d’urto è un’onda acustica a impulso, con alto picco di pressione, rapido tempo di salita, breve durata e ampio spettro di frequenza. Secondo il materiale, la sua risposta biologica deriva dalla meccanotrasduzione, cioè dalla conversione di uno stimolo meccanico in una cascata biochimica che modula crescita e rimodellamento dei tessuti.

In conclusione

Affrontare la tendinopatia achillea in modo efficace significa tenere insieme tutti gli anelli della catena: l’anatomia e la biomeccanica del tendine d’Achille, la fisiopatologia e la corretta classificazione delle forme, una valutazione clinica strutturata con la sua diagnosi differenziale e, infine, un trattamento conservativo costruito attorno alla gestione del carico e all’esercizio terapeutico. È proprio questo filo logico, dall’anatomia alla riabilitazione, a trasformare nozioni isolate in ragionamento clinico applicabile. Per approfondire ogni passaggio con il supporto di dati, test e protocolli, il corso ECM FAD La tendinopatia achillea: anatomia biomeccanica ed opzioni di trattamento, curato dal Dott. Ivan Di Francescantonio, offre 10 crediti ECM e un percorso completo dedicato ai professionisti del settore muscolo-scheletrico. Un’occasione di aggiornamento per consolidare un approccio basato sull’evidenza alla gestione del tendine d’Achille.

Crediti immagini: