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Tendinopatia calcifica della spalla: anatomia, diagnosi e trattamento graduale

Redazione IKOSECM

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Articolo di approfondimento al corso Ecm C0650.

Tendinopatia calcifica della spalla: anatomia, diagnosi e trattamento graduale
Tendinopatia calcifica della spalla: anatomia, diagnosi e trattamento graduale — approfondimento a cura della redazione scientifica IKOSECM.

La tendinopatia calcifica della spalla è una delle cause più frequenti di dolore alla spalla nell’adulto, eppure resta per molti aspetti una patologia ancora incerta nei suoi processi eziologici. È caratterizzata dalla deposizione di sali di calcio all’interno dei tendini della cuffia dei rotatori, con un decorso che può attraversare fasi del tutto silenti e fasi acutamente dolorose. Questo articolo, basato su un corso ECM a taglio ortopedico-specialistico, ripercorre l’intero itinerario clinico: dall’anatomia funzionale del complesso spalla all’epidemiologia, dal ciclo evolutivo della calcificazione descritto da Uhthoff fino al percorso diagnostico e all’approccio terapeutico graduale, dal conservativo al mini-invasivo eco-guidato fino alla chirurgia. L’obiettivo è offrire ai professionisti sanitari un inquadramento aggiornato, utile per riconoscere, classificare e accompagnare con metodo questa condizione.

Il corso ECM “La tendinopatia calcifica della spalla” (cod. C0650), a cura del Dott. Pietro Ciampi, eroga 15 crediti ECM in modalità FAD. È rivolto a un’ampia platea di professioni sanitarie: medico chirurgo (varie discipline), fisioterapista, infermiere, tecnico ortopedico, tecnico sanitario di radiologia medica, terapista occupazionale e assistente sanitario. Il taglio è specialistico-ortopedico, con ampia attribuzione bibliografica, e accompagna il professionista lungo tutto il percorso, dall’anatomia funzionale al trattamento conservativo, mini-invasivo e chirurgico.

L'anatomia funzionale della spalla e della cuffia dei rotatori

Il corso parte da un presupposto anatomico: l’articolazione gleno-omerale è un’enartrosi altamente mobile ma intrinsecamente instabile, retta da un delicato equilibrio dinamico tra stabilità e mobilità. È, secondo il materiale, in grado di compiere più di 1600 movimenti nello spazio, una versatilità che ha come contropartita la necessità di un sistema di contenimento attivo molto raffinato. L’unico vero vincolo anatomico rigido è rappresentato dall’articolazione tra clavicola e sterno, mentre il resto della stabilità è affidato ai tessuti molli.

In questo sistema la cuffia dei rotatori svolge un ruolo centrale: sovraspinoso, sottospinoso, sottoscapolare e piccolo rotondo lavorano in sinergia per centrare la testa omerale nella glenoide durante il movimento. Il materiale segnala come il fascio anteriore del sovraspinoso eserciti la forza maggiore, agendo da “starter” dell’abduzione, e come questo stesso tendine sia il segmento più frequentemente colpito dalle calcificazioni. Completano il quadro i muscoli parascapolari, in particolare il trapezio e il dentato anteriore, principali stabilizzatori della scapola.

Comprendere questa architettura è il presupposto per interpretare correttamente sia la sintomatologia sia i test clinici: il dolore e la disfunzione della spalla nascono quasi sempre da un’alterazione di questo equilibrio dinamico più che dal singolo tendine isolato.

Epidemiologia ed eziopatogenesi della tendinopatia calcifica della spalla

Sul versante epidemiologico il corso richiama, tra le fonti, lo studio storico di Bosworth del 1941: il materiale riporta un’incidenza nella popolazione attorno al 2,7%, un rapporto donne/uomini di circa 2:1 e una fascia d’età tipica compresa tra i 30 e i 60 anni. Un dato che merita attenzione è la frequente natura asintomatica della calcificazione: secondo il materiale circa il 35% dei depositi non dà sintomi, e una quota di questi può diventare sintomatica nel tempo. La distribuzione per tendine conferma il primato del sovraspinoso, interessato nel 51-90% dei casi, seguito a distanza da sottospinoso e sottoscapolare.

Sul piano della composizione, le calcificazioni contengono prevalentemente fosfato, insieme ad acqua, carbonato e cristalli di calcio fosfato basico. Tra i fattori predisponenti il materiale cita l’ipotiroidismo, il diabete insulino-dipendente, una possibile predisposizione congenita e i microtraumi ripetuti.

Il modello eziopatogenetico di riferimento è il ciclo evolutivo di Uhthoff, di tipo cellulo-mediato, che descrive la calcificazione non come un processo statico ma come un fenomeno in evoluzione: una fase pre-calcifica, con metaplasia da tenociti a condrociti; una fase calcifica, a sua volta articolata in formazione, quiescenza e riassorbimento; e una fase post-calcifica di riparazione tendinea. Questa lettura dinamica è cruciale, perché spiega come uno stesso deposito possa attraversare momenti di relativa quiete e momenti di acuzie dolorosa.

Il dolore e il percorso diagnostico clinico

Il corso inquadra le cause del dolore richiamando le forme descritte da Neer (irritazione chimica, pressione meccanica, impingement, rigidità capsulare) e distingue presentazioni cliniche diverse: forme acute, croniche ricorrenti, croniche persistenti e del tutto asintomatiche. La valutazione parte dall’osservazione delle discinesie scapolari e dall’esame dell’escursione articolare, per poi affidarsi a test mirati.

Tra i test specifici il materiale descrive in particolare:

  • il test di Jobe, indicativo di sofferenza del tendine sovraspinoso;
  • il test di Patte, riferito al sottospinoso;
  • il Lift-off test, riferito al sottoscapolare;
  • i test di Hawkins, Neer e Yocum, indicativi di conflitto (impingement) subacromiale;
  • il Pull-up test, riferito al capo lungo del bicipite.

Ciascun test esplora selettivamente una componente del complesso, e la loro combinazione consente di costruire un’ipotesi clinica orientata. Il corso li presenta come strumenti di inquadramento, non come procedure da applicare meccanicamente: la loro interpretazione resta affidata al giudizio del professionista, integrata con l’anamnesi e con la diagnostica per immagini.

La diagnostica per immagini e le classificazioni

La radiografia resta l’esame di base per identificare e classificare il deposito calcifico: il corso richiama in questo ambito classificazioni di riferimento come quelle di Bosworth, di Gartner e della scuola francese (Molè-De Palma), che descrivono il deposito in base a morfologia e densità, fornendo indicazioni anche di tipo prognostico ed evolutivo.

L’ecografia aggiunge un contributo importante per la localizzazione, la misurazione delle dimensioni e la tipizzazione della calcificazione, con una propria classificazione di matrice francese; è inoltre l’esame che guida le procedure mini-invasive. La risonanza magnetica, invece, viene presentata dal materiale come tendenzialmente aspecifica per la calcificazione in sé: il suo valore principale risiede nella valutazione di un’eventuale lesione associata della cuffia dei rotatori, più che nello studio del deposito.

Accanto alla diagnosi, il corso richiama i fattori prognostici negativi — come dimensione del deposito, bilateralità e sede — e le possibili complicanze, tra cui dolore persistente, rigidità, rottura di cuffia e osteolisi del trochite. Anche questi elementi vanno letti in chiave formativa, come parametri di orientamento descritti in letteratura.

Il trattamento conservativo e le onde d'urto

Il percorso terapeutico descritto dal corso è marcatamente graduale e parte dall’approccio conservativo: riposo, terapia antinfiammatoria, infiltrazioni con steroide e anestetico, fisioterapia. In questo ambito si collocano anche le onde d’urto (terapia extracorporea), il cui razionale viene illustrato nel dettaglio. Il materiale descrive un meccanismo d’azione basato su effetti diretti e indiretti, sulla cavitazione e sul cosiddetto jet stream, cioè la formazione di microgetti d’acqua ad alta velocità ed energia meccanica considerati tra i responsabili della stimolazione biologica.

Un punto tecnico rilevante riguarda l’energia erogata: secondo il materiale le onde a bassa energia avrebbero un’azione di stimolo, mentre quelle ad alta energia un’azione tendenzialmente inibitoria. Quanto ai tempi, il beneficio — con dissoluzione del deposito — viene riportato in un intervallo compreso tra 6 settimane e 6 mesi dal trattamento. Il corso accenna inoltre all’impiego di acido ialuronico e di PRP (plasma ricco di piastrine) come ulteriori opzioni descritte in letteratura.

Va ribadito il taglio del percorso: si descrivono le opzioni e i razionali riportati dalle fonti, non si prescrivono protocolli al singolo paziente. La scelta dell’approccio e dei parametri resta una decisione clinica, da calibrare sul caso specifico e sulla fase evolutiva della calcificazione.

Dal needling eco-guidato alla chirurgia artroscopica

Il needling-aspirazione eco-guidato rappresenta il gradino mini-invasivo: sotto guida ecografica, l’ago decomprime e aspira il materiale calcifico, con un razionale di decompressione del deposito. Il corso ne descrive tecnica e decorso post-operatorio e riporta, citando la letteratura, percentuali di successo: il needling associato alle onde d’urto è indicato attorno al 76-85%, contro circa il 60% delle onde d’urto da sole. La dimensione del deposito è segnalata tra i principali fattori che ne condizionano l’efficacia. Il materiale ricorda anche le radici storiche del trattamento, con le prime tecniche di asportazione descritte già nella prima metà del Novecento.

Quando neppure queste opzioni risultano sufficienti, si ricorre al trattamento chirurgico, in genere per via artroscopica: asportazione della calcificazione, eventuale acromioplastica — indicata, secondo il corso, solo in presenza di segni reali di impingement — e, quando necessario, sutura della cuffia. Quest’ultima è indicata quando il difetto residuo lasciato dall’asportazione supera il 50% dello spessore del tendine. Il materiale segnala inoltre, citando la letteratura, una possibile incidenza di rottura di cuffia dopo l’asportazione.

L’insieme di queste opzioni delinea una scala terapeutica progressiva, in cui l’intensità dell’intervento cresce in funzione della risposta clinica e delle caratteristiche del deposito, sempre con la cautela tipica di una patologia a decorso variabile.

Domande frequenti

Quali tendini compongono la cuffia dei rotatori?

La cuffia dei rotatori è costituita da quattro tendini: il sovraspinoso, il sottospinoso, il sottoscapolare e il piccolo rotondo. Lavorano in sinergia per stabilizzare e muovere la testa dell’omero. Il tendine coracobrachiale, talvolta citato per assonanza, non fa invece parte della cuffia.

Che cosa si intende per lesione massiva della cuffia dei rotatori?

Secondo il materiale del corso, si parla di lesione massiva della cuffia dei rotatori quando risultano interessati due o più tendini. È una distinzione che ha rilievo prognostico e terapeutico, perché il coinvolgimento di più tendini incide sull’entità del deficit funzionale e sulle scelte di trattamento.

Quanti movimenti è in grado di compiere la spalla?

Il materiale descrive la spalla come un’articolazione estremamente mobile, in grado di eseguire più di 1600 movimenti nello spazio. Questa straordinaria versatilità è bilanciata da una notevole instabilità intrinseca, che rende il complesso muscolo-tendineo della cuffia dei rotatori essenziale per centrare e controllare la testa omerale durante il movimento.

Qual è l'incidenza della tendinopatia calcifica nella popolazione?

Il materiale riporta, citando lo studio storico di Bosworth del 1941, un’incidenza di circa il 2,7% nella popolazione generale. Va ricordato che una quota rilevante di calcificazioni resta a lungo asintomatica, per cui la frequenza dei casi clinicamente manifesti può differire da quella dei depositi riscontrabili agli esami.

La tendinopatia calcifica è più frequente negli uomini o nelle donne?

Secondo i dati riportati nel corso, la tendinopatia calcifica è più frequente nella donna, con un rapporto donne/uomini di circa 2:1, e interessa tipicamente la fascia d’età adulta tra i 30 e i 60 anni. Si tratta di dati epidemiologici attribuiti alla letteratura citata nel materiale.

Quale tendine è più spesso interessato dalla tendinopatia calcifica?

Il materiale indica il tendine sovraspinoso come il più colpito, con un coinvolgimento riportato nel 51-90% dei casi, seguito a distanza dal sottospinoso e, più raramente, dal sottoscapolare. Il primato del sovraspinoso si lega anche al suo ruolo funzionale di starter dell’abduzione e alla forza che esercita.

A che cosa serve il test di Jobe?

Il test di Jobe è descritto dal materiale come indicativo di una sofferenza del tendine sovraspinoso. Rientra nella batteria di test clinici che esplorano selettivamente i singoli tendini della cuffia dei rotatori, e va interpretato insieme all’anamnesi e agli altri esami, non in modo isolato.

Di che cosa è indicativo il test di Hawkins?

Il test di Hawkins è presentato nel corso come indicativo di un conflitto, o impingement, subacromiale. Insieme ai test di Neer e di Yocum aiuta a indagare il conflitto tra la cuffia e l’arco coraco-acromiale, una delle possibili componenti del dolore di spalla nella tendinopatia calcifica.

Quali sono le fasi dello stadio calcifico secondo Uhthoff?

Nel ciclo evolutivo descritto da Uhthoff, lo stadio calcifico si articola in tre fasi: formazione, quiescenza e riassorbimento. È inserito tra una fase pre-calcifica e una fase post-calcifica di riparazione. Questo modello dinamico spiega perché uno stesso deposito possa alternare periodi silenti a fasi acutamente dolorose.

Che cosa si intende per «jet stream» nelle onde d'urto?

Il materiale definisce il jet stream come la formazione di microgetti d’acqua ad alta velocità ed elevata energia meccanica, generati dal fenomeno della cavitazione. È considerato uno dei meccanismi responsabili della stimolazione biologica indotta dalle onde d’urto, accanto agli effetti diretti e indiretti dell’onda.

Quanto dura il beneficio del trattamento con onde d'urto?

Secondo il materiale, il beneficio delle onde d’urto si manifesta con la dissoluzione del deposito calcifico in un intervallo compreso tra 6 settimane e 6 mesi dal trattamento. È un dato attribuito alla letteratura citata e va inteso come riferimento orientativo, non come garanzia di risultato per il singolo paziente.

Che cosa contengono le calcificazioni della spalla?

Il corso indica che le calcificazioni contengono prevalentemente fosfato, insieme ad acqua, carbonato e cristalli di calcio fosfato basico. Conoscere la composizione del deposito aiuta a comprenderne il comportamento nelle diverse fasi del ciclo evolutivo, dalla formazione al riassorbimento.

Quali sono i fattori predisponenti alla tendinopatia calcifica?

Tra i fattori predisponenti il materiale cita l’ipotiroidismo, che favorirebbe la calcificazione attraverso un accumulo di glicosaminoglicani nella matrice extracellulare, oltre al diabete insulino-dipendente e a una possibile predisposizione congenita. Rientrano nel quadro anche i microtraumi ripetuti a carico dei tendini della cuffia.

Perché la RMN non è il primo esame per la tendinopatia calcifica?

Il materiale segnala che la risonanza magnetica è ritenuta aspecifica per questa patologia: risulta utile soprattutto per valutare un’eventuale lesione associata della cuffia dei rotatori. Per studiare la calcificazione in sé si preferiscono la radiografia e l’ecografia, che ne consentono localizzazione, misurazione e classificazione.

Quando si sutura la cuffia dopo l'asportazione della calcificazione?

Secondo il corso, la sutura della cuffia è indicata quando il difetto residuo lasciato dall’asportazione del materiale calcifico supera il 50% dello spessore del tendine. È una decisione intraoperatoria che dipende dall’entità del difetto e va sempre rimessa al giudizio del chirurgo nel contesto specifico.

In conclusione

Inquadrare correttamente la tendinopatia calcifica della spalla significa tenere insieme più livelli: l’anatomia funzionale della cuffia dei rotatori, la natura dinamica del deposito secondo il ciclo di Uhthoff, un percorso diagnostico che combina test clinici e diagnostica per immagini, e una scala terapeutica che procede per gradi, dal conservativo e dalle onde d’urto al needling eco-guidato fino alla chirurgia artroscopica. Per medici, fisioterapisti e tecnici sanitari, padroneggiare questa progressione rende la valutazione più solida e il dialogo con il paziente più consapevole, sempre nel rispetto dell’incertezza eziologica che la letteratura tuttora segnala. Il corso ECM “La tendinopatia calcifica della spalla”, a cura del Dott. Pietro Ciampi, approfondisce ciascuno di questi aspetti in un percorso da 15 crediti ECM in modalità FAD, pensato per aggiornare la pratica con metodo e attenzione alle fonti.

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