Spondilolisi e spondilolistesi: un percorso clinico dalla colonna lombare alla diagnosi
Redazione IKOSECM
Articolo di approfondimento al corso Ecm C0352.
Spondilolisi e spondilolistesi sono due quadri della patologia vertebrale lombare tra i più diffusi nella popolazione generale, presenti talvolta anche in età adolescenziale. Il problema, per il professionista sanitario, non è soltanto riconoscerli, ma collocarli correttamente lungo un percorso che va dalla definizione anatomica alla patogenesi, alle classificazioni radiologiche, fino alle scelte di trattamento. Questo approfondimento ripercorre il filo conduttore proposto da un corso ECM dedicato: chiarire cosa distingue l’interruzione ossea della pars interarticularis dallo scivolamento di una vertebra, e perché questa distinzione orienta tanto la lettura delle immagini quanto l’inquadramento clinico del paziente lombalgico.
Il corso FAD “Spondilolisi e spondilolistesi” è rivolto a medici chirurghi (ortopedia, fisiatria, medicina dello sport, medicina generale, radiodiagnostica e altre discipline), fisioterapisti, infermieri, terapisti occupazionali, tecnici sanitari di radiologia medica e tecnici ortopedici. Eroga 10 crediti ECM in modalità FAD a distanza. Il taglio è tecnico-specialistico e copre l’intero arco clinico, dalle definizioni al trattamento conservativo e chirurgico, a cura del Dott. Alessio Maiello.
Spondilolisi e spondilolistesi: due quadri da non confondere
La prima distinzione che il corso pone in apertura riguarda proprio la terminologia, spesso usata in modo impreciso. La spondilolisi indica la mancanza di continuità ossea tra le apofisi articolari superiori e inferiori di una stessa vertebra, a livello della pars interarticularis, cioè quel ponte osseo che collega le faccette articolari. La spondilolistesi, invece, descrive lo scivolamento in avanti di una vertebra rispetto a quella immediatamente sottostante.
Le due condizioni sono collegate ma non sovrapponibili. Il corso chiarisce che la spondilolisi è una delle cause possibili di spondilolistesi, e probabilmente la più studiata, ma non l’unica: esistono forme di scivolamento vertebrale che non originano da una lisi istmica. Tenere separati i due concetti è il presupposto per leggere correttamente sia il referto radiologico sia il quadro clinico, ed è la base su cui si innestano tutte le classificazioni successive.
Cenni di storia e definizione del problema
Il percorso formativo dedica spazio ai cenni di storia della medicina, utili a comprendere come la conoscenza di queste patologie si sia stratificata nel tempo. Secondo il materiale, il termine spondilolistesi venne descritto per la prima volta nel 1782 dall’ostetrico belga Herbinaux, che osservò una prominenza anteriore al sacro capace di alterare il canale del parto.
Il corso ricorda poi alcune tappe successive: nel 1854 Killian introdusse il termine derivandolo dal greco; verso la fine dell’Ottocento studi su cadavere dimostrarono il difetto osseo che oggi chiamiamo spondilolisi; Junghanns, intorno al 1930, descrisse la pseudo-spondilolistesi degenerativa; e negli anni Trenta Meyerding propose la graduazione dello scivolamento ancora oggi in uso. Questa prospettiva storica non è erudizione fine a se stessa: aiuta a inquadrare perché la classificazione e la terminologia attuali abbiano la forma che conosciamo.
Epidemiologia: quanto sono diffuse e in chi
Sul piano epidemiologico il materiale offre alcuni ordini di grandezza che aiutano a contestualizzare il fenomeno. Per la spondilolisi il corso indica un’incidenza di circa il 5% nella popolazione generale, attorno al 6% negli adulti, con una prevalenza maggiore nei maschi e nella popolazione bianca e una frequenza superiore in alcuni sport che sollecitano ripetutamente la colonna in iperestensione.
Per quanto riguarda lo scivolamento, il materiale distingue nettamente le due forme principali. La spondilolistesi istmica interessa più spesso il livello L5, riportato come la grande maggioranza dei casi, seguito a distanza dal livello L4. La spondilolistesi degenerativa, invece, è descritta come più comune oltre i 50 anni, nettamente più frequente nel sesso femminile e localizzata tipicamente al segmento L4-L5. Questi numeri, va sottolineato, sono presentati come contenuto didattico del corso e non come riferimenti epidemiologici da applicare al singolo caso.
Patogenesi: forma istmica e forma degenerativa
La distinzione patogenetica è uno dei nodi concettuali del corso. Nella forma istmica, tipica del giovane e dello sportivo, il materiale descrive un meccanismo microtraumatico: movimenti ripetuti in iperestensione della colonna lombare stressano l’istmo vertebrale fino a provocare, nel tempo, una frattura da stress. Il corso richiama a questo proposito la cosiddetta teoria dello “schiaccianoci”, immagine che rende l’idea della compressione esercitata sull’istmo.
Nella forma degenerativa, tipica dell’adulto e in particolare della donna over 50, il meccanismo è diverso: la degenerazione del disco intervertebrale e delle faccette articolari posteriori porta a un’instabilità segmentaria, senza che vi sia una lisi dell’istmo. Il materiale segnala che questa forma può evolvere verso un quadro di canale stretto lombare. Comprendere quale dei due meccanismi è in gioco è ciò che permette al clinico di interpretare correttamente l’età del paziente, il livello interessato e la storia naturale attesa.
Parametri spino-pelvici ed evolutività
Un capitolo che il corso valorizza è quello dei parametri spino-pelvici. Si tratta di misure radiologiche, tra cui l’incidenza pelvica, il tilt pelvico e lo slope sacrale, che descrivono l’assetto sagittale del bacino e del passaggio lombo-sacrale. Il materiale ne sottolinea la relazione con l’evolutività dello scivolamento: l’equilibrio o lo squilibrio di questi parametri concorre a definire il rischio di progressione.
In questo contesto il corso introduce anche la nozione di alta e bassa displasia. L’alta displasia è descritta da un’alterazione del profilo lombo-sacrale, con segni come la vertebra L5 trapezoidale, il dismorfismo piatto di S1, la retroversione pelvica e l’iperlordosi, ed è associata a un rischio di scivolamento più elevato. La bassa displasia, con profilo conservato, si accompagna a un rischio inferiore. Il materiale cita anche il Severity Index proposto da Lamartina come strumento per quantificare il grado di displasia. È un approfondimento prezioso per chi legge le immagini con finalità di stadiazione.
Le classificazioni: Meyerding, Wiltse e Marchetti-Bartolozzi
Il corso dedica ampio spazio ai tre sistemi classificativi più utilizzati, ciascuno con una logica propria. La classificazione di Meyerding è di tipo radiologico: suddivide il piatto somatico della vertebra sottostante in quattro parti e gradua lo scivolamento in funzione della percentuale di slittamento (grado I inferiore al 25%, fino al grado IV oltre il 75%), parlando di spondiloptosi quando lo scivolamento supera il 100%.
La classificazione di Wiltse adotta un criterio anatomico ed eziologico, distinguendo forme displastiche, istmiche, degenerative, traumatiche e patologiche. La classificazione di Marchetti-Bartolozzi, infine, ha un’impostazione patogenetica e separa le forme ad alta displasia da quelle a bassa displasia. Il corso le presenta come strumenti complementari: usate insieme, permettono di descrivere lo stesso paziente da angolazioni diverse, l’entità dello scivolamento, la sua origine e il suo profilo di gravità.
- Meyerding: misura quantitativa dello scivolamento (gradi I-IV, spondiloptosi).
- Wiltse: criterio eziologico (displastica, istmica, degenerativa, traumatica, patologica).
- Marchetti-Bartolozzi: criterio patogenetico (alta vs bassa displasia).
Presentazione clinica nell'adulto e nell'adolescente
Sul versante clinico il corso ricorda un dato che merita attenzione: molti pazienti sono asintomatici, e il grado di scivolamento non è sempre correlato all’intensità dei sintomi. Quando i sintomi compaiono, quelli cardine descritti dal materiale sono il dolore di tipo meccanico, che migliora con il riposo e peggiora con il carico e il movimento, e il dolore irradiato all’arto inferiore di tipo sciatico.
L’esame obiettivo differisce tra giovani e adulti. Nell’adolescente il corso richiama segni peculiari come il segno di Phalen-Dickson, associato alla forma istmica e accompagnato da dolore sciatico, sacro verticale, cifosi lombosacrale e contrattura degli ischio-crurali, e lo Stork test, considerato positivo quando compare dolore lombare in iperestensione del tronco su un solo arto di appoggio. Il materiale precisa, con la cautela necessaria, che questi test clinici non sono sempre positivi e vanno integrati nel quadro complessivo, senza essere assunti come prova diagnostica isolata.
Diagnosi differenziale, imaging e trattamento
Prima di arrivare alla diagnosi il corso ricorda la necessità di una diagnosi differenziale ragionata, che consideri tra l’altro la coxartrosi, la claudicatio di origine vascolare e la neuropatia diabetica. Sul piano dell’imaging il materiale descrive i segni radiologici tipici: il segno dello “Scotty dog”, meglio visibile nelle proiezioni oblique e considerato tipico della spondilolisi, e il “cappello di Napoleone invertito” nelle forme con scivolamento marcato. Allo studio radiografico standard si affiancano TC, risonanza magnetica e, in casi selezionati, mielografia funzionale e PET-TC.
Quanto al trattamento, il corso distingue l’approccio conservativo (osservazione, fisiochinesiterapia, ortesi, terapia con FANS) da quello chirurgico, che può comprendere la riparazione della pars oppure la decompressione e riduzione dello scivolamento con artrodesi vertebrale strumentata intersomatica. Il materiale chiude con un cenno alle spondilolistesi meno frequenti, di natura traumatica, patologica (ad esempio in corso di osteoporosi, malattia di Paget o neoplasie) e iatrogena. Tutte queste indicazioni sono esposte come contenuto didattico del percorso formativo e non come prescrizioni cliniche per il singolo paziente.
Domande frequenti
Che cos'è la spondilolisi?
Il corso definisce la spondilolisi come la mancanza di continuità ossea tra le apofisi articolari superiori e quelle inferiori di una stessa vertebra, a livello della cosiddetta pars interarticularis. È quindi un difetto osseo localizzato che riguarda la singola vertebra, da non confondere con lo scivolamento vertebrale.
Qual è la differenza tra spondilolisi e spondilolistesi?
Secondo il corso la spondilolistesi è lo scivolamento in avanti di una vertebra rispetto a quella sottostante, condizione che può essere associata o meno alla spondilolisi. La spondilolisi riguarda invece l’interruzione ossea della pars interarticularis: è una possibile causa di scivolamento, ma non l’unica.
La spondilolisi è sempre causa di spondilolistesi?
No. Il corso chiarisce che la spondilolisi non è l’unica causa di spondilolistesi, anche se è quella più studiata. Esistono infatti forme di scivolamento vertebrale, come quella degenerativa, che non originano da una lisi dell’istmo.
Chi descrisse per primo il termine spondilolistesi?
Il materiale riporta che il termine spondilolistesi fu descritto per la prima volta dall’ostetrico belga Herbinaux, nel 1782, in relazione a una prominenza anteriore al sacro che alterava il canale del parto. Si tratta di un riferimento storico utile a inquadrare l’evoluzione della terminologia.
In quale fascia di età si riscontra più spesso la spondilolisi?
Il materiale indica che la spondilolisi è di frequente riscontro negli adolescenti, in particolare in relazione allo sviluppo puberale. Questo spiega l’attenzione del corso verso i giovani, soprattutto quelli che praticano sport con ripetute sollecitazioni in iperestensione della colonna.
Qual è il livello vertebrale più interessato dalla spondilolistesi istmica?
Secondo il corso la spondilolistesi istmica interessa più frequentemente il livello L5, che rappresenta la grande maggioranza dei casi, seguito a distanza dal livello L4. È un’informazione che orienta la lettura mirata delle immagini del passaggio lombo-sacrale.
Qual è il livello più colpito dalla spondilolistesi degenerativa?
Il materiale indica il segmento L4-L5 come quello maggiormente interessato dalla spondilolistesi degenerativa. La localizzazione differente rispetto alla forma istmica riflette il diverso meccanismo patogenetico delle due condizioni.
In chi è più frequente la spondilolistesi degenerativa?
Secondo il corso la spondilolistesi degenerativa è più frequente nel sesso femminile, soprattutto dopo i 50 anni. Questo dato, presentato come contenuto didattico del materiale, aiuta a contestualizzare il quadro tipico dell’adulto rispetto a quello del giovane sportivo.
Qual è la patogenesi della spondilolisi?
Il materiale descrive la patogenesi della spondilolisi come microtraumatica: movimenti ripetuti in iperestensione della colonna lombare stressano l’istmo vertebrale fino a provocare, nel tempo, una frattura da stress. Il corso richiama in proposito la teoria dello “schiaccianoci”.
Su cosa si basa la classificazione di Meyerding?
Il corso spiega che la classificazione di Meyerding è di tipo radiologico: misura il grado di scivolamento suddividendo il piatto somatico in quattro parti, dal grado I (sotto il 25%) al grado IV (oltre il 75%), fino alla spondiloptosi quando lo scivolamento supera il 100%.
Quali sono i sintomi cardine della spondilolistesi?
Secondo il materiale i sintomi cardine sono il dolore di tipo meccanico, che migliora con il riposo e peggiora con il movimento, e il dolore irradiato all’arto inferiore di tipo sciatico. Il corso ricorda però che molti pazienti restano asintomatici.
A quale condizione è associato il segno di Phalen-Dickson?
Il corso associa il segno di Phalen-Dickson alla spondilolistesi istmica, in particolare nell’adolescente, con dolore sciatico, sacro verticale, cifosi lombosacrale e contrattura degli ischio-crurali. È uno dei segni clinici che il materiale propone per l’inquadramento del giovane paziente.
Quando è positivo lo Stork test?
Il materiale indica che lo Stork test è positivo quando compare dolore lombare in estensione del tronco mantenendo l’appoggio su un solo arto inferiore. Il corso precisa che il test non è sempre positivo e va interpretato all’interno del quadro clinico complessivo.
Cosa indica il segno radiologico dello "Scotty dog"?
Secondo il corso il segno radiologico dello “Scotty dog”, meglio visibile nelle proiezioni oblique, è tipico della spondilolisi. La sua individuazione è un elemento utile nella lettura mirata delle radiografie della colonna lombare.
Come si tratta la spondilolistesi degenerativa secondo il corso?
Il materiale riporta che il trattamento chirurgico della spondilolistesi degenerativa consiste nella decompressione e riduzione dell’olistesi con artrodesi vertebrale strumentata intersomatica. Si tratta di contenuto didattico del corso e non di un’indicazione clinica per il singolo paziente, che resta affidata alla valutazione specialistica.
In conclusione
Affrontare spondilolisi e spondilolistesi con metodo significa muoversi con sicurezza tra definizioni anatomiche, meccanismi patogenetici, classificazioni radiologiche e scelte terapeutiche, evitando di confondere quadri che hanno origine, età di insorgenza e storia naturale differenti. Per il professionista sanitario, padroneggiare questo percorso aiuta a leggere meglio le immagini, a inquadrare il paziente lombalgico e a comunicare in modo coerente con gli altri specialisti coinvolti. Il corso FAD “Spondilolisi e spondilolistesi”, a cura del Dott. Alessio Maiello, offre un quadro completo e ordinato di questi temi e rilascia 10 crediti ECM. Per approfondire programma e modalità di iscrizione è possibile consultare la pagina del corso.
Crediti immagini:
- Foto di Ortopediatri Çocuk Ortopedi Akademisi su Unsplash