Curare il dolore: l’azione dei farmaci e della relazione nella terapia del dolore
Redazione IKOSECM
Articolo di approfondimento al corso Ecm C0673.
La terapia del dolore non si esaurisce nella scelta del farmaco giusto: per trattare il dolore occorre prima conoscerlo, capire come si manifesta, si trasmette e si modula, e insieme costruire la relazione di cura che attivi le risorse di fronteggiamento della persona. È questo il filo conduttore di un percorso formativo che integra lo sguardo del medico anestesista-rianimatore e quello dello psicologo. In questo approfondimento ripercorriamo le basi neurofisiologiche e normative del dolore, i fattori psicologici che lo influenzano, la gestione farmacologica secondo la scala analgesica dell’OMS e il ruolo dell’effetto placebo e delle strategie non farmacologiche. Un quadro pensato per professionisti sanitari che vogliono un linguaggio comune tra farmaci e relazione.
Il corso ECM Curare il dolore (cod. C0673) è rivolto a un’ampia platea multiprofessionale, circa venti professioni sanitarie tra cui medici chirurghi, infermieri, psicologi, farmacisti, fisioterapisti e dietisti. Eroga 15 crediti ECM in modalità FAD ed è curato dal Dott. Stefano Quaini, anestesista-rianimatore, e dal Dott. Marco Pastorini, psicologo e psicoterapeuta. Affronta il dolore con un duplice sguardo, farmacologico e relazionale, dalle basi alla valutazione clinica.
Perché studiare e curare il dolore
La terapia del dolore nasce dal riconoscimento del dolore come problema di salute rilevante e trasversale, che attraversa quasi tutti i contesti assistenziali. Il corso riferisce alcuni dati che ne fotografano la diffusione: secondo il materiale didattico il dolore interesserebbe circa il 26% della popolazione italiana (Breivik 2009) e i pazienti ospedalizzati in area medica lo sperimenterebbero in una quota compresa tra il 40 e il 63% dei casi (Costantini 2010). Nel paziente oncologico la frequenza viene indicata tra il 20-50% nelle fasi iniziali e fino al 90% in fase terminale. Sono numeri che il materiale presenta con le relative citazioni, e che servono soprattutto a inquadrare la portata del fenomeno.
Oltre alla dimensione epidemiologica, esiste una cornice normativa precisa. La Legge 38/2010 impegna il Servizio sanitario a occuparsi di cure palliative e terapia del dolore in tutti gli ambiti assistenziali, per ogni fase della vita e per ogni patologia cronica ed evolutiva, identificando inoltre la formazione e l’aggiornamento del personale come obbligo. Curare il dolore, in altre parole, è anche un dovere professionale e organizzativo, non soltanto una scelta clinica del singolo operatore. Da questo punto di partenza il corso costruisce un linguaggio comune utile a un’équipe multiprofessionale: conoscere il dolore per poterlo riconoscere, misurare e affrontare con strumenti adeguati.
Le basi del dolore: definizioni, glossario e tipologie
Il punto di partenza è la definizione dell’International Association for the Study of Pain (IASP). Nella formulazione del 1979 il dolore è «un’esperienza sensitiva ed emotiva spiacevole associata a un danno tissutale effettivo o potenziale». L’aggiornamento del 2018, ripreso dal corso, mette ulteriormente in luce come si tratti di un’esperienza personale influenzata da fattori biologici, psicologici e sociali, valorizzando il racconto soggettivo e le difficoltà di chi non riesce a comunicarlo per barriere linguistiche o culturali. Il materiale richiama inoltre l’osservazione di Marchettini, secondo cui il dolore percepito non è necessariamente proporzionato allo stimolo nocicettivo: un principio che attraversa l’intero percorso.
Su questa base si costruisce un glossario clinico condiviso, indispensabile per descrivere con precisione i quadri dolorosi: allodinia (dolore evocato da uno stimolo normalmente non doloroso), disestesia, iperalgesia, iperpatia, nevralgia e stimolo nocicettivo. Il corso distingue poi le principali tipologie: dolore acuto e cronico (definito tale, secondo lo IASP 1994, quando perdura almeno sei mesi), nocicettivo e neuropatico, somatico profondo, psicogeno e idiopatico. Da queste distinzioni emerge una concezione multidimensionale del dolore, articolata in una componente sensoriale-discriminativa, una cognitivo-valutativa e una affettivo-motivazionale: tre piani che spiegano perché lo stesso stimolo possa tradursi in esperienze molto diverse da persona a persona.
Come il cervello modula il dolore: neurobiologia e fattori psicologici
Una delle idee centrali del percorso è che il cervello modula attivamente il dolore, potendolo amplificare o attenuare. Esistono sistemi inibitori, potenziati da fattori cognitivi e da circuiti che coinvolgono ipotalamo, talamo e noradrenalina, e sistemi pro-nocicettivi, tra cui il corso colloca la colecistochinina (CCK), descritta come sostanza che, quando stimolata, aumenta la sensazione di dolore. Aree come la corteccia cingolata anteriore, la sostanza grigia periacqueduttale e la corteccia prefrontale, insieme agli oppioidi endogeni, partecipano a questo bilanciamento. È proprio questa plasticità del sistema a giustificare l’idea che il dolore non sia un segnale fisso, ma un’esperienza modulabile.
Accanto alla neurobiologia, il corso analizza i fattori che influenzano il dolore: cultura (con reazioni descritte come più marcate nell’Europa meridionale), età, genere e patrimonio genetico, con il materiale che cita studi animali in cui sarebbero stati evidenziati almeno 102 geni implicati nella percezione del dolore e nella risposta agli antidolorifici. Sul versante psicologico entrano in gioco alessitimia, significati attribuiti al dolore, memorie pregresse, locus of control interno o esterno, tratti di personalità, aspettative e autoefficacia. Particolare attenzione è dedicata all’ansia e al suo circolo vizioso, fatto di focalizzazione, interpretazione negativa e catastrofizzazione, così come al ruolo dell’attenzione e della distrazione nel modificare l’intensità percepita. È questo razionale a sostenere l’approccio non soltanto farmacologico, ma anche relazionale, che caratterizza l’intero corso.
La gestione farmacologica e la scala analgesica dell'OMS
Il modulo più strettamente farmacologico-anestesiologico presenta le strategie e le classi di farmaci impiegate nella terapia del dolore. Cardine organizzativo è la scala analgesica a tre gradini dell’OMS: paracetamolo, FANS e oppioidi deboli per i dolori lievi; oppioidi e FANS per quelli moderati; oppioidi forti e procedure avanzate per il dolore severo. A questa si affianca il principio dell’analgesia multimodale, che combina più farmaci al dosaggio minimo efficace partendo da quelli a minore impatto, e quello generale di iniziare dalle opzioni meno aggressive per poi salire di gradino in base alla risposta.
Il corso descrive le principali classi di farmaci come materiale didattico: paracetamolo, FANS (che interagiscono con le prostaglandine), cortisonici, oppiacei (con i recettori mu, kappa e delta, e la morfina come capostipite), miorilassanti, ketamina (recettori NMDA), cannabinoidi (recettori CB1 e CB2, con effetto oressizzante e antiemetico utile in oncologia) e anestetici locali, con le rispettive vie di somministrazione. Un capitolo a parte è dedicato al dolore neuropatico, che consegue a un trauma o a un danno del sistema nervoso, tipicamente non risponde ai comuni analgesici e richiede farmaci adiuvanti come gabapentin, pregabalin, antidepressivi e cortisonici. Per i casi più complessi, come le sindromi regionali dolorose complesse (CRPS) e le neuropatie intrattabili, il materiale illustra procedure invasive e tecniche di neuromodulazione midollare. Il corso ribadisce comunque i criteri generali della terapia: controllo dell’efficacia, monitoraggio degli effetti collaterali, rivalutazione clinica e supporto psicologico, a conferma che la gestione del dolore non si esaurisce nella prescrizione.
Effetto placebo, effetto nocebo e strategie non farmacologiche
L’ultimo modulo ricongiunge i due fili del corso, farmaci e relazione, mostrando come parole, aspettative e contesto di cura modulino il dolore a livello neurobiologico. L’effetto placebo e l’effetto nocebo vengono descritti come fenomeni psiconeurobiologici di miglioramento o peggioramento dei sintomi in risposta a fattori apparentemente inerti, attribuibili al significato che il trattamento assume nelle aspettative della persona. Nei meccanismi, il corso richiama il blocco del dolore tramite i sistemi inibitori e il ruolo di aree come corteccia prefrontale, amigdala, talamo e sostanza grigia periacqueduttale, oltre ai sistemi dopaminergico e della CCK. Il riferimento sperimentale è l’esperimento del manicotto di Benedetti: la somministrazione di naloxone bloccava l’analgesia da placebo, indicando che essa è mediata principalmente dagli oppioidi endogeni, oltre che da una via endocannabinoide.
Sul fronte opposto, il materiale individua i fattori che favoriscono il nocebo: ansia di stato e di tratto, preoccupazione per la salute, depressione, suggestionabilità e atteggiamento catastrofista, mentre la fiducia nel curante e l’empatia agiscono in senso protettivo. Da qui il valore della relazione di cura e delle strategie non farmacologiche: terapia manuale (collegata alla serotonina), musica (indicata per chi presenta elevati livelli di ansia), esercizi di respirazione e di visualizzazione nell’ambito del mental fitness, che il corso fa risalire all’esperienza della riabilitazione cardiologica. Il modulo si chiude con gli strumenti di valutazione, dalla Gate Control Theory alle scale unidimensionali (VAS, NRS) e multidimensionali (McGill, Painad), ribadendo che misurare il dolore e curare la relazione sono parte integrante del trattamento, non un suo complemento accessorio.
Domande frequenti
Qual è la definizione di dolore secondo la IASP del 1979?
Il corso riporta la definizione IASP del 1979, secondo cui il dolore è un’esperienza sensitiva ed emotiva spiacevole, associata a un danno tissutale effettivo o potenziale, oppure descritta in rapporto a tale danno. È una formulazione che mette sullo stesso piano la componente fisica e quella emotiva dell’esperienza dolorosa.
Cosa aggiunge l'aggiornamento della definizione di dolore della IASP del 2018?
Secondo il materiale, l’aggiornamento del 2018 valorizza maggiormente il racconto soggettivo del paziente e tiene conto delle difficoltà a esprimere e comunicare l’esperienza dolorosa, anche per barriere linguistiche, culturali o di altra natura. Ribadisce così che il dolore è un’esperienza personale influenzata da fattori biologici, psicologici e sociali.
Che cos'è l'allodinia?
Il corso definisce l’allodinia come un dolore causato da uno stimolo che normalmente non è algogeno, cioè che di norma non provocherebbe dolore. È uno dei termini del glossario clinico del dolore, utile per descrivere con precisione i quadri di dolore neuropatico e di alterata sensibilità.
Quale legge regola in Italia le cure palliative e la terapia del dolore?
Il materiale indica la Legge 38/2010, che impegna il Sistema sanitario a occuparsi di cure palliative e terapia del dolore in tutti gli ambiti assistenziali, per ogni fase della vita e per qualunque patologia cronica ed evolutiva. La stessa legge individua nella formazione del personale un obbligo specifico.
Che cos'è il dolore neuropatico?
Secondo il corso il dolore neuropatico è un dolore da lesione che può interessare sia il sistema nervoso centrale sia quello periferico e che, tipicamente, non risponde ai comuni analgesici. Proprio per questa caratteristica richiede un approccio terapeutico specifico, con farmaci diversi da quelli usati per il dolore nocicettivo.
Quali farmaci vengono presi in considerazione per il dolore neuropatico?
Il materiale indica tra i farmaci utili nel dolore neuropatico il gabapentin e il pregabalin, anticonvulsivanti che rientrano tra i cosiddetti farmaci adiuvanti insieme ad antidepressivi e cortisonici. Il corso li presenta come contenuto formativo, non come indicazione posologica: la scelta terapeutica resta di competenza clinica.
Cosa sono i farmaci adiuvanti nella terapia del dolore?
Il corso descrive i farmaci adiuvanti come farmaci che, aggiunti ad altri principali, ne aumentano l’efficacia analgesica pur non essendo essi stessi analgesici specifici. Trovano impiego soprattutto nel dolore neuropatico e nelle sindromi dolorose complesse, all’interno di una strategia di analgesia multimodale.
Come funziona la scala analgesica a tre gradini dell'OMS?
Il materiale descrive la scala dell’OMS come uno schema a tre gradini che orienta la scelta dei farmaci in base all’intensità del dolore: paracetamolo, FANS e oppioidi deboli per i dolori lievi; oppioidi e FANS per i moderati; oppioidi forti e procedure avanzate per il dolore severo. È un riferimento didattico per ragionare in modo progressivo sul trattamento.
Quale meccanismo d'azione hanno i FANS?
Il materiale indica che i FANS, ovvero gli antinfiammatori non steroidei, agiscono tramite l’interazione con le prostaglandine. È questo meccanismo a spiegarne sia l’effetto antinfiammatorio e analgesico, sia il profilo di attenzione che il corso richiama nell’impiego clinico.
A cosa serve la ketamina nella terapia del dolore?
Il materiale indica che la ketamina agisce sui recettori NMDA e che, attraverso questa interazione, consente un’azione preventiva sul dolore neuropatico. Il corso la inserisce tra le opzioni farmacologiche presentate a scopo formativo, all’interno della trattazione delle classi di farmaci per il dolore.
Quale effetto dei cannabinoidi può essere utile in oncologia?
Il corso riferisce che i cannabinoidi, attivi sui recettori CB1 e CB2, presentano in oncologia un effetto oressizzante, cioè di stimolo dell’appetito, e un effetto antiemetico. Vengono presentati come contenuto didattico nell’ambito delle strategie farmacologiche per il dolore oncologico.
Come si valuta l'intensità del dolore di un paziente?
Il materiale indica tra gli strumenti di valutazione la VAS (scala analogica visiva) e la scala numerica NRS, entrambe unidimensionali, oltre a scale multidimensionali come la McGill. Per i pazienti con demenza, in cui l’autovalutazione è difficile, il corso richiama la scala Painad. La misurazione del dolore è parte integrante del percorso di cura.
Come agisce l'effetto placebo dal punto di vista neurobiologico?
Secondo il corso, nell’esperimento del manicotto la somministrazione di naloxone bloccava l’analgesia da placebo: questo indica che tale analgesia è mediata principalmente dagli oppioidi endogeni, oltre che da una via endocannabinoide. È un esempio di come aspettative e significato del trattamento producano effetti neurobiologici concreti.
Quali strategie non farmacologiche possono affiancare la terapia del dolore?
Il materiale cita la terapia manuale (collegata alla serotonina), la musica (indicata per persone con elevati livelli di ansia), gli esercizi di respirazione e di visualizzazione nell’ambito del mental fitness. Sono strategie complementari che valorizzano la relazione di cura e le risorse personali del paziente, accanto al trattamento farmacologico.
Quali aspetti psicologici favoriscono l'effetto nocebo?
Il corso indica tra i fattori che favoriscono il nocebo l’ansia di stato e di tratto, la preoccupazione per la salute, la depressione, la suggestionabilità e l’atteggiamento catastrofista. Al contrario, la fiducia nel curante non favorisce il nocebo: un motivo in più per curare la qualità della comunicazione nella relazione terapeutica.
In conclusione
Curare il dolore significa tenere insieme due competenze che spesso restano separate: la terapia del dolore farmacologica, con le sue classi di farmaci e la scala analgesica dell’OMS, e la dimensione relazionale, fatta di aspettative, fiducia ed effetto placebo. Comprendere come il dolore si genera, si modula e si valuta permette di scegliere con maggiore consapevolezza e di costruire un’alleanza di cura più efficace. Il corso ECM Curare il dolore (15 crediti, FAD) accompagna i professionisti sanitari lungo questo percorso, dalle basi neurofisiologiche alle strategie non farmacologiche, con il contributo integrato di un anestesista-rianimatore e di uno psicoterapeuta. Per approfondire i contenuti e iscriverti, consulta la scheda del corso su IKOSECM.
Crediti immagini:
- Foto di FitNish Media su Unsplash