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Malattia venosa cronica: come gestirla in modo corretto

Redazione IKOSECM

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Articolo di approfondimento al corso Ecm C0464.

Malattia venosa cronica: come gestirla in modo corretto
Malattia venosa cronica: come gestirla in modo corretto — approfondimento a cura della redazione scientifica IKOSECM.

La malattia venosa cronica (MVC) e una condizione molto diffusa nella popolazione adulta occidentale, eppure spesso sottovalutata nelle sue fasi iniziali. Per il professionista sanitario, saperla riconoscere, classificare e gestire con strategie non chirurgiche appropriate fa la differenza nel rallentarne l’evoluzione e nel prevenire complicanze come le ulcere venose. In questo approfondimento ripercorriamo, in chiave formativa, il quadro che il corso ECM FAD dedicato alla MVC propone: dalle cause e dai fattori di rischio modificabili alla classificazione CEAP, fino al cardine del trattamento conservativo, la terapia elasto-compressiva, e al ruolo dei farmaci flebotropi. Un percorso pensato per chi accompagna il paziente nella gestione quotidiana di questa patologia cronica.

Il corso La malattia venosa cronica e rivolto a un’ampia platea sanitaria — medico chirurgo, infermiere, fisioterapista, farmacista e tecnico ortopedico — ed eroga 10 crediti ECM in modalità FAD. A cura del Dott. Edoardo Colombo, il percorso parte dalle basi anatomo-funzionali della circolazione venosa per arrivare alla gestione clinica non chirurgica, con particolare attenzione alla terapia elasto-compressiva. Taglio formativo e divulgativo, utile a chi affianca il paziente nella prevenzione e nel trattamento conservativo.

Che cos'è la malattia venosa cronica e perché e così diffusa

La malattia venosa cronica raccoglie l’insieme delle alterazioni croniche del ritorno venoso degli arti inferiori, dalle forme iniziali con teleangectasie e vene reticolari fino ai quadri avanzati con alterazioni cutanee e ulcere. Il corso sottolinea come si tratti di una condizione tutt’altro che marginale: nei paesi occidentali la prevalenza supererebbe il 40% della popolazione adulta, mentre risulta quasi sconosciuta in Africa, Asia e Oceania, a indicare il peso di stile di vita e fattori ambientali.

Comprendere la diffusione del problema aiuta il professionista a non sottovalutare i sintomi precoci — pesantezza, gonfiore, dolore alle gambe — che il paziente tende a considerare un fastidio passeggero. Il percorso formativo inquadra fin da subito la MVC come patologia evolutiva, le cui complicanze più temibili comprendono tromboflebiti, dermo-ipodermiti e ulcere venose. Riconoscerla per tempo significa poter intervenire quando le strategie conservative sono più efficaci.

Le basi anatomo-funzionali del ritorno venoso

Per gestire correttamente la malattia venosa cronica è necessario padroneggiarne le basi. Il corso ripassa l’anatomia del sistema venoso degli arti inferiori, articolato in circolo superficiale (grande e piccola safena, con la suola plantare di Lejars e la giunzione safeno-femorale), circolo profondo (vene tibiali, poplitea, femorale) e vene perforanti, dotate di valvole unidirezionali che impediscono il reflusso.

Sul piano funzionale, il ritorno del sangue verso il cuore deve vincere la forza di gravità in posizione eretta. A questo concorrono diversi fattori: la vis a tergo, la vis a fronte (la pompa respiratoria), la vis a latere e il tono venoso. Un ruolo centrale lo svolge la pompa muscolare del polpaccio: secondo il materiale, durante la contrazione il muscolo soleo — definito non a caso ‘secondo cuore’ — può generare pressioni superiori a 200 mmHg, spremendo il sangue in direzione centripeta. La conoscenza di questi meccanismi è il presupposto per capire perché movimento e attività fisica siano così importanti nella prevenzione.

Dall'ipertensione venosa al danno del microcircolo

Quando il sistema valvolare diventa incontinente — per cause dilatanti, ostruttive o funzionali — il sangue ristagna e la pressione all’interno delle vene aumenta. Questa ipertensione venosa è il motore fisiopatologico della malattia. Il corso ne descrive le conseguenze a cascata: l’aumento pressorio favorisce la formazione di varici e, soprattutto, danneggia il microcircolo.

Il materiale illustra come l’ipertensione venosa determini ipossia tissutale, stress ossidativo, danno di membrana, adesione dei neutrofili all’endotelio e formazione di edema. È per questo che la MVC viene oggi inquadrata non come semplice problema meccanico, ma come una vera e propria malattia infiammatoria del microcircolo. Comprendere questo passaggio aiuta a leggere correttamente sia i segni clinici sia il razionale delle terapie, che mirano proprio a contrastare l’ipertensione venosa e i suoi effetti sui tessuti.

Malattia venosa cronica in gravidanza

La gravidanza merita un’attenzione specifica perché concentra più fattori predisponenti. Il corso evidenzia che circa il 70% delle donne, al terzo trimestre, presenta vene varicose o gonfiore alle gambe. Concorrono a questo quadro l’azione venodilatatrice di progesterone e relaxina, la compressione meccanica esercitata dall’utero sui vasi addominali e una condizione di ipercoagulabilità fisiologica.

Questi stessi fattori aumentano il rischio tromboembolico: il materiale richiama l’incremento del rischio di trombosi venosa profonda e tromboembolismo in gravidanza e, in modo particolare, nel puerperio. Per il professionista, riconoscere la donna in gravidanza come paziente a rischio significa poter proporre per tempo misure preventive adeguate — dalla mobilizzazione all’elasto-compressione — sempre nel rispetto delle indicazioni specifiche e del giudizio clinico.

Manifestazioni cliniche e classificazione CEAP

La gestione corretta della malattia venosa cronica passa da un linguaggio condiviso. Il corso presenta la classificazione CEAP, acronimo di Clinica, Eziologica, Anatomica e Patologica. Nella pratica clinica si utilizza soprattutto la componente clinica (C), che distingue sei classi progressive, dalle teleangectasie e vene reticolari iniziali fino all’ulcera venosa attiva.

Il materiale segnala che la maggior parte dei pazienti si colloca nelle classi iniziali C0 e C1, proprio le forme in cui la strategia conservativa — elasto-compressione e terapia farmacologica — offre il maggior margine d’azione. Sul fronte dei sintomi, accanto alla classica pesantezza e al gonfiore, il corso approfondisce il dolore venoso e i suoi diversi scenari, dalla trombosi venosa superficiale alla trombosi venosa profonda — legata alla triade di Virchow — fino alla sindrome post-trombotica. Saper collocare il paziente nella corretta classe CEAP è il primo passo per impostare un percorso di cura coerente.

Prevenzione e fattori di rischio modificabili

Una parte importante della gestione della MVC è prima ancora preventiva. Il corso distingue chiaramente i fattori di rischio non modificabili — come la familiarità e l’età — da quelli su cui si può intervenire: sovrappeso, ortostatismo o sedute prolungate, sedentarietà, esposizione al calore, appoggio plantare incongruo, indumenti troppo stretti e l’uso di terapie ormonali.

Sul versante dello stile di vita, il materiale indica come benefiche le attività che attivano la pompa muscolare del polpaccio, come camminata, jogging e nuoto, mentre suggerisce cautela con discipline ad alto impatto o che comportano sforzi statici intensi, come body building e basket. Vengono inoltre richiamate precauzioni nei viaggi prolungati e in gravidanza. Tradurre queste indicazioni in consigli concreti e personalizzati per il paziente è uno degli ambiti in cui il professionista sanitario può incidere maggiormente, sempre con un taglio educativo e non prescrittivo per il singolo caso.

La terapia elasto-compressiva, cardine del trattamento

Il corso dedica ampio spazio alla terapia elasto-compressiva, considerata il pilastro del trattamento flebo-linfatico non chirurgico. Un primo concetto chiave e la distinzione tra contenzione e compressione: la calza elastica terapeutica (CET) è un dispositivo medicale certificato, conforme a normative come la RAL GZ 387, capace di esercitare una pressione definita e degressiva lungo l’arto.

Il razionale fisico è spiegato dalla legge di Laplace (P = T/r): a tensione costante, la pressione esercitata dalla calza diminuisce man mano che ci si avvicina alla radice dell’arto, dove il raggio e maggiore. Così la caviglia riceve più compressione della coscia, assecondando il senso del ritorno venoso. Il materiale distingue inoltre le calze anti-trombotiche (per il paziente allettato) da quelle terapeutiche e da quelle di sostegno, e affronta temi pratici come la presa delle misure, la compliance del paziente e le controindicazioni assolute, tra cui le patologie dermatologiche essudative e l’arteriopatia in fase avanzata. Sono proprio questi dettagli a fare la differenza tra una compressione efficace e una mal tollerata.

Il ruolo dei farmaci flebotropi

Accanto all’elasto-compressione, il corso illustra il ruolo della terapia farmacologica con farmaci flebotropi, in larga parte flavonoidi. Si tratta di un trattamento sintomatico e coadiuvante, particolarmente utile nelle situazioni in cui la chirurgia non e indicata o nelle fasi gestite in modo conservativo.

Secondo il materiale, questi farmaci agiscono su due livelli: strutturale, riducendo il danno di membrana, e funzionale, aumentando il tono venoso e riducendo la permeabilità capillare e l’edema. Proprio la capacità di modificare l’edema viene indicata come parametro di riferimento per giudicarne l’efficacia. Per il professionista, conoscere meccanismo d’azione e indicazioni dei flebotropi permette di collocarli correttamente all’interno di una strategia integrata, in cui prevenzione, elasto-compressione e farmacologia si rafforzano a vicenda, sempre nel rispetto delle indicazioni e del giudizio clinico per il singolo paziente.

Domande frequenti

Qual è la prevalenza della malattia venosa cronica nei paesi occidentali?

Secondo il materiale del corso, nei paesi occidentali la prevalenza della malattia venosa cronica supererebbe il 40% della popolazione adulta, mentre risulta quasi sconosciuta in Africa, Asia e Oceania. E un dato che fotografa quanto la condizione sia diffusa e, al tempo stesso, legata a stile di vita e fattori ambientali.

A quale circolo venoso appartiene la vena grande safena?

La vena grande safena appartiene al circolo venoso superficiale degli arti inferiori. Nasce dalla confluenza della vena marginale mediale e della vena interna del malleolo e sbocca nella vena femorale formando la cosiddetta ‘crosse’. È un riferimento anatomico chiave per comprendere il reflusso e il quadro varicoso.

Perché la pompa muscolare del polpaccio e così importante per il ritorno venoso?

La pompa muscolare del polpaccio, formata dal muscolo soleo e dai gemelli, è uno dei principali motori del ritorno venoso, tanto da essere chiamata ‘secondo cuore’. Secondo il materiale, durante la contrazione può generare pressioni superiori a 200 mmHg, spingendo il sangue verso il cuore. È uno dei motivi per cui il movimento e centrale nella prevenzione.

Quale struttura del piede favorisce il ritorno del sangue venoso?

Secondo il materiale, la struttura che favorisce maggiormente il ritorno venoso a livello del piede e la suola anatomica di Lejars, una fitta rete di capillari della pianta del piede che, durante il cammino, viene ‘spremuta’ e spinge il sangue in direzione centripeta. Per questo l’appoggio plantare corretto ha un ruolo nella circolazione.

Che cos'è la 'vis a fronte' nel ritorno venoso?

La ‘vis a fronte’ è la pompa respiratoria: secondo il materiale, è l’effetto di suzione generato dall’alternarsi della depressione intra-addominale e intra-toracica durante la respirazione, che favorisce il ritorno del sangue venoso verso il cuore. È uno dei fattori che, insieme al tono venoso e alle pompe muscolari, sostiene il circolo di ritorno.

Perché la malattia venosa cronica è considerata una malattia infiammatoria?

Secondo il materiale, alla base della malattia venosa cronica c’è un’infiammazione del microcircolo: l’ipertensione venosa provoca ipossia tissutale, stress ossidativo e danno endoteliale, con adesione dei neutrofili e formazione di edema. Per questo oggi la MVC è inquadrata come malattia infiammatoria, e non come semplice problema meccanico.

Perché la gravidanza è un fattore di rischio per la malattia venosa?

Secondo il materiale, circa il 70% delle donne al terzo trimestre di gravidanza presenta vene varicose o gonfiore alle gambe. Concorrono l’azione venodilatatrice di progesterone e relaxina, la compressione uterina sui vasi e una condizione di ipercoagulabilità, che aumentano anche il rischio di trombosi, in particolare nel puerperio.

Come si classifica la malattia venosa cronica con il sistema CEAP?

Secondo il materiale, la malattia venosa si inquadra con la classificazione CEAP (Clinica, Eziologica, Anatomica, Patologica). Nella pratica si usa soprattutto la componente clinica (C), che distingue sei classi; la maggior parte dei pazienti si colloca nelle classi iniziali C0 e C1, in cui la strategia di riferimento è elasto-compressiva e farmacologica.

In quale classe CEAP rientra un paziente con ulcere venose cicatrizzate?

Secondo il materiale, un paziente con malattia venosa cronica severa e ulcere flebostatiche ormai cicatrizzate si colloca in CEAP 5. La classe C6 indica invece l’ulcera attiva, mentre la C4 corrisponde alle alterazioni cutanee senza ulcera. La corretta collocazione nella scala CEAP guida le scelte gestionali.

Quali fattori di rischio della malattia venosa sono modificabili e quali no?

Secondo il materiale, familiarità ed età sono fattori di rischio non modificabili. Sono invece modificabili sovrappeso, ortostatismo o sedute prolungate, sedentarietà, esposizione al calore, indumenti troppo stretti e l’uso di terapie ormonali. La prevenzione si concentra proprio su questi ultimi, agendo su abitudini e stile di vita.

Cosa dice la legge di Laplace applicata a calze e bendaggi elastici?

Secondo il materiale, la legge di Laplace (P = T/r) afferma che, a tensione costante, la pressione esercitata da una calza o da una benda diminuisce man mano che ci si avvicina alla radice dell’arto, perché il raggio aumenta. In pratica la caviglia riceve più compressione della coscia: e questa degressività ad assecondare il ritorno venoso.

Quali tipi di calze elastiche esistono?

Secondo il materiale esistono tre tipi di calze elastiche: anti-trombotiche, indicate per il paziente allettato; terapeutiche, dispositivi medicali certificati a compressione definita e degressiva; e di sostegno, prive di un valore terapeutico certificato. Distinguerle correttamente è essenziale per proporre al paziente il presidio adeguato.

Quali sono le controindicazioni assolute alla calza elastica terapeutica?

Secondo il materiale, tra le controindicazioni assolute all’uso della calza elastica vi sono le patologie dermatologiche essudative (come la psoriasi), l’arteriopatia in fase avanzata, le ulcere infette o secernenti e l’allergia ai materiali della calza. Verificarle prima della prescrizione è indispensabile per la sicurezza del paziente.

A cosa servono i farmaci flebotropi nella malattia venosa cronica?

Secondo il materiale, i farmaci flebotropi (in gran parte flavonoidi) sono un trattamento sintomatico e coadiuvante. La loro efficacia si valuta sulla capacità di ridurre l’edema: agiscono aumentando il tono venoso e riducendo la permeabilità capillare, a livello sia strutturale sia funzionale. Si collocano in una strategia integrata con elasto-compressione e prevenzione.

Come si gestisce la malattia venosa cronica senza ricorrere alla chirurgia?

La gestione conservativa della malattia venosa cronica integra più leve: la prevenzione sui fattori di rischio modificabili, la terapia elasto-compressiva come cardine del trattamento e i farmaci flebotropi come supporto sintomatico, soprattutto nelle classi CEAP iniziali. Si tratta di un taglio formativo: le scelte per il singolo paziente spettano al giudizio clinico e alle linee guida di riferimento.

In conclusione

Gestire correttamente la malattia venosa cronica significa unire conoscenza delle basi anatomo-funzionali, capacità di classificare il paziente secondo la CEAP e padronanza delle strategie conservative, dalla prevenzione dei fattori di rischio modificabili alla terapia elasto-compressiva, fino al ruolo dei flebotropi. È un percorso che richiede competenze trasversali, perché tocca medici, infermieri, fisioterapisti, farmacisti e tecnici ortopedici, ciascuno con un proprio contributo alla cura. Il corso ECM FAD La malattia venosa cronica, a cura del Dott. Edoardo Colombo, offre un inquadramento completo e formativo di questi temi e rilascia 10 crediti ECM. Per approfondire l’intero programma e aggiornare la propria pratica nella gestione non chirurgica della MVC, è possibile consultare la pagina del corso sul sito IKOSECM.

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