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Trombosi della vena centrale della retina: dalla teoria alla pratica clinica

Redazione IKOSECM

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Articolo di approfondimento al corso Ecm C0629.

Trombosi della vena centrale della retina: dalla teoria alla pratica clinica
Trombosi della vena centrale della retina: dalla teoria alla pratica clinica — approfondimento a cura della redazione scientifica IKOSECM.

La trombosi della vena centrale della retina rappresenta, per incidenza, la patologia vascolare retinica più frequente dopo la retinopatia diabetica ed è una causa rilevante di compromissione visiva. Riconoscere precocemente le sue forme cliniche, scegliere gli esami diagnostici appropriati e orientarsi tra le opzioni terapeutiche intravitreali oggi disponibili non è sempre immediato nella pratica quotidiana. Questo approfondimento ripercorre il quadro clinico, la diagnostica strumentale e le strategie di trattamento della condizione, fino ai casi clinici e alla discussa correlazione con il COVID-19, riprendendo i contenuti del percorso formativo ECM dedicato. L’obiettivo è offrire a oculisti e ortottisti una lettura ordinata e aggiornata di un tema clinico denso, mantenendo un taglio formativo e non prescrittivo.

Il corso “Trombosi della vena centrale della retina. Dalla teoria alla pratica clinica” è rivolto a medici chirurghi (in particolare oculisti) e a ortottisti/assistenti di oftalmologia. Eroga 10 crediti ECM in modalità FAD (formazione a distanza) ed è curato dalla Dott.ssa Francesca Fronticelli Baldelli. Il percorso accompagna il professionista dall’inquadramento clinico e diagnostico della patologia fino alla gestione terapeutica, con trial di riferimento, evidenze “real life” e casi clinici commentati.

Che cos'è la trombosi della vena centrale della retina

Sul piano clinico, l’occlusione venosa retinica si manifesta con segni caratteristici osservabili al fondo oculare: emorragie retiniche diffuse, vene tortuose e dilatate. Il corso illustra come questi elementi, insieme alla storia clinica del paziente, orientino il sospetto diagnostico.

La popolazione interessata presenta un’incidenza maggiore oltre i 50 anni di età. Tra i fattori predisponenti, il materiale didattico richiama il diabete, l’ipertensione, gli stati di ipercoagulabilità e altre condizioni sistemiche che incidono sull’equilibrio del circolo retinico. Tra le complicanze più rilevanti vengono descritti l’edema maculare persistente e il glaucoma neovascolare, due evenienze che condizionano in modo significativo la prognosi visiva.

Forme cliniche: occlusione ischemica, non ischemica e di branca

Il corso descrive la forma ischemica con un quadro più severo: marcata tortuosità e congestione dei vasi retinici, estese emorragie sia al polo posteriore sia in periferia, essudati cotonosi multipli, edema del disco ottico e presenza del difetto pupillare afferente relativo (RAPD). In questa forma l’acuità visiva può scendere a 1/10 o a valori inferiori.

La forma non ischemica è descritta come la più comune, pari a circa il 75% dei casi, e si associa a modificazioni del fondo più lievi. La distinzione tra le due forme non è un esercizio accademico: orienta la sorveglianza delle complicanze e l’impostazione del percorso terapeutico.

Accanto all’occlusione della vena centrale, il percorso formativo affronta l’occlusione venosa retinica di branca, descrivendone l’andamento dalla fase acuta a quella cronica, in cui il materiale segnala un riassorbimento spontaneo delle emorragie intraretiniche in un arco di circa 9-12 mesi, con la comparsa di anomalie vascolari come vasi collaterali, teleangectasie e aree di non perfusione.

Patogenesi e fisiopatologia: il ruolo della lamina cribrosa

Il materiale ricostruisce il meccanismo come una sequenza: ispessimento dell’arteriola retinica, conseguente compressione della vena adiacente, perdita di cellule endoteliali, formazione del trombo e occlusione. La lamina cribrosa, punto in cui i vasi attraversano la sclera, costituisce la sede in cui questi eventi si verificano più frequentemente.

Sul piano sintomatologico, il corso descrive un calo del visus tipicamente improvviso e indolore, talvolta accompagnato dalla pupilla di Marcus Gunn (espressione del difetto pupillare afferente relativo). La conoscenza della fisiopatologia aiuta a inquadrare il decorso, la prognosi e la valutazione iniziale del paziente, elementi che il percorso formativo affronta in modo integrato con la clinica.

Approccio diagnostico: dall'oftalmoscopia all'AngioOCT

Il percorso diagnostico illustrato nel corso parte dalla valutazione dell’acuità visiva, del campo visivo e del riflesso pupillare (RAPD), prosegue con l’oftalmoscopia e si avvale dell’imaging retinico avanzato. L’OCT strutturale consente di studiare l’edema maculare e lo spessore retinico, mentre la fluoroangiografia (FAG) rimane un riferimento per lo studio della perfusione, pur con i suoi limiti, incluso il cosiddetto effetto maschera.

Il corso evidenzia il valore dell’AngioOCT, che il materiale descrive come dotato di maggiore maneggevolezza rispetto alla fluoroangiografia in quanto esame non invasivo. L’integrazione di queste metodiche permette di caratterizzare le aree di ischemia, l’edema cistoide e l’evoluzione del quadro nel tempo, supportando le scelte cliniche senza sostituirle.

Complicanze ed edema maculare: dalla sorveglianza al laser

Il corso distingue l’edema maculare nelle sue componenti ischemica e non ischemica e ne discute la rilevanza prognostica. Accanto all’edema, la neovascolarizzazione rappresenta un’evoluzione temibile, in quanto correlata al rischio di glaucoma neovascolare.

Sul versante del trattamento, il materiale richiama il ruolo del laser nella gestione dell’edema maculare, inquadrandolo all’interno di una strategia più ampia che comprende il trattamento medico generale dei fattori di rischio e quello locale. Vengono inoltre citate, sul piano descrittivo, alcune tecniche chirurgiche (anastomosi corio-retinica, neurotomia ottica radiale, vitrectomia) come parte del panorama terapeutico storico e attuale. Il taglio resta formativo: la scelta del singolo trattamento spetta sempre alla valutazione specialistica del caso.

Terapia intravitreale: corticosteroidi e anti-VEGF

Tra i corticosteroidi intravitreali, il corso descrive il triamcinolone e l’impianto di desametasone a lento rilascio (Ozurdex). Il materiale segnala che il triamcinolone, a differenza degli anti-VEGF, non ha uno specifico sito d’azione ma riduce l’espressione di molteplici citochine, e riporta che nello studio SCORE viene raccomandato il dosaggio di 1 mg per la minore percentuale di effetti collaterali. L’Ozurdex è descritto come impianto di desametasone in un polimero biodegradabile, con un rilascio che persiste circa tre-quattro mesi.

Tra gli anti-VEGF, il percorso formativo cita ranibizumab, bevacizumab e aflibercept, richiamando i rispettivi programmi di studio (tra cui CRUISE, BRAVO e HORIZON per ranibizumab, COPERNICUS, GALILEO e VIBRANT per aflibercept). Il materiale precisa che il bevacizumab, pur con efficacia paragonabile a quella del ranibizumab, rimane un farmaco off-label, e descrive l’aflibercept come una proteina di fusione con una maggiore durata d’azione e quindi una minore frequenza di iniezioni. Questi dati sono riportati come contenuto didattico del corso e degli studi citati, non come indicazione prescrittiva.

Dal regime Pro-Re-Nata alle evidenze "real life"

Il corso descrive il regime Pro-Re-Nata (PRN) come una prima fase di induzione con tre iniezioni di anti-VEGF, seguita da un trattamento al bisogno. Secondo il materiale, il ritrattamento si basa su una perdita maggiore o uguale a cinque lettere di acuità visiva oppure su un aumento dello spessore retinico centrale superiore a 100 micron.

Un punto di particolare interesse formativo è il confronto tra i risultati dei trial controllati e la pratica clinica quotidiana. Il materiale indica che la principale causa del minor successo nelle esperienze “real life” rispetto agli studi randomizzati è la minore frequenza di iniezione. È un richiamo utile all’aderenza al follow-up e alla pianificazione del percorso terapeutico, temi che il corso integra con i casi clinici commentati.

Casi clinici e correlazione con il COVID-19

I casi clinici, documentati anche con immagini del fondo oculare, FAG, OCT e AngioOCT prima e dopo il trattamento, traducono i concetti teorici in scenari concreti di occlusione di branca e centrale. Questa parte applicativa è pensata per consolidare il ragionamento clinico e l’interpretazione dell’imaging.

Il percorso affronta infine la correlazione tra COVID-19 e trombosi retinica. Il materiale conclude che l’infezione può indurre uno stato di ipercoagulabilità transitoria che, in accordo con la triade di Virchow, può favorire la formazione di trombi e affezioni trombotiche a sede retinica. È un’osservazione presentata come spunto clinico ed epidemiologico, da contestualizzare con la letteratura più aggiornata.

Domande frequenti

Quanto è frequente la trombosi della vena centrale della retina?

Secondo il materiale del corso, l’occlusione della vena centrale della retina è, per incidenza, la patologia vascolare retinica più frequente dopo la retinopatia diabetica. Questo dato ne sottolinea la rilevanza nella pratica oftalmologica e l’importanza di un riconoscimento precoce.

Quali sono le complicanze più importanti dell'occlusione della vena centrale della retina?

Il corso indica come complicanze principali l’edema maculare e il glaucoma secondario alla neovascolarizzazione iridea. Entrambe condizionano in modo significativo la prognosi visiva e orientano la sorveglianza clinica nel tempo.

Quali sono i principali fattori predisponenti dell'occlusione venosa retinica?

Tra i fattori predisponenti il materiale elenca diabete mellito, ipertensione sistemica, tratto falciforme, fistola carotido-cavernosa, insufficienza carotidea e l’uso di diuretici o contraccettivi orali, oltre agli stati di ipercoagulabilità. Si tratta in larga parte di condizioni sistemiche che incidono sull’equilibrio del circolo retinico.

Come si distingue la forma ischemica dell'occlusione venosa retinica?

Il materiale descrive la forma ischemica con marcata tortuosità e congestione dei vasi retinici, essudati cotonosi multipli, grave edema del disco ottico ed estese emorragie sia in periferia sia al polo posteriore. La forma non ischemica, al contrario, mostra solo lievi modificazioni del fondo oculare.

Qual è il meccanismo patogenetico dell'occlusione venosa retinica?

Il corso spiega che il processo prevede l’ispessimento dell’arteriola retinica con conseguente compressione della vena, la perdita di cellule endoteliali, la formazione del trombo e l’occlusione. La sede privilegiata di questi eventi è la lamina cribrosa.

Come evolve l'occlusione venosa retinica di branca nella fase cronica?

Nella fase cronica, secondo il materiale, si osserva un riassorbimento spontaneo delle emorragie intraretiniche in circa 9-12 mesi, con la comparsa di anomalie vascolari come vasi collaterali, teleangectasie e aree di non perfusione. È un’evoluzione che richiede comunque monitoraggio nel tempo.

Che differenza c'è tra triamcinolone e Ozurdex nel trattamento dell'edema maculare?

Il materiale spiega che il triamcinolone, a differenza degli anti-VEGF, non ha uno specifico sito d’azione ma riduce l’espressione di molteplici citochine; nello studio SCORE è raccomandato il dosaggio di 1 mg per la minore percentuale di effetti collaterali. L’Ozurdex è invece descritto come un impianto intravitreale di desametasone in un polimero biodegradabile, a lento rilascio, che persiste circa tre-quattro mesi.

Quali farmaci anti-VEGF si utilizzano nelle occlusioni venose retiniche?

Il corso indica come anti-VEGF il bevacizumab, il ranibizumab e l’aflibercept. Questi farmaci agiscono sul fattore di crescita dell’endotelio vascolare e sono al centro delle strategie di trattamento dell’edema maculare post-trombotico illustrate nel percorso formativo.

In che cosa consiste il regime di trattamento Pro-Re-Nata (PRN)?

Il materiale descrive il PRN come una prima fase di induzione con tre iniezioni di anti-VEGF, seguita da un trattamento al bisogno. Il ritrattamento si basa su una perdita maggiore o uguale a cinque lettere di acuità visiva o su un aumento dello spessore retinico centrale superiore a 100 micron.

Che cos'è l'aflibercept e quali vantaggi offre?

Il materiale definisce l’aflibercept come una proteina di fusione che comprende domini per i recettori del VEGF-A umano e un frammento Fc di IgG umane. Il vantaggio descritto è una maggiore durata d’azione e quindi una minore frequenza di iniezioni rispetto ad altri anti-VEGF.

Perché il bevacizumab è considerato off-label nelle occlusioni venose retiniche?

Il corso chiarisce che il bevacizumab, pur avendo un’efficacia paragonabile a quella del ranibizumab nelle occlusioni venose retiniche, rimane un farmaco off-label, ossia utilizzato al di fuori delle indicazioni formalmente registrate per questa specifica applicazione.

Quali vantaggi offre l'AngioOCT rispetto alla fluoroangiografia nelle trombosi retiniche?

Secondo il materiale, l’AngioOCT presenta una maggiore maneggevolezza rispetto alla fluoroangiografia perché è un esame non invasivo. Questo la rende particolarmente utile nello studio e nel follow-up della perfusione retinica, in affiancamento alle altre metodiche di imaging.

Perché nella pratica reale le terapie danno risultati meno brillanti che nei trial?

Il materiale indica che la principale causa del minor successo nelle esperienze “real life” rispetto ai trial randomizzati è la minore frequenza di iniezione. È un richiamo all’importanza dell’aderenza al follow-up e alla regolarità del trattamento programmato.

Qual è la relazione tra COVID-19 e trombosi retinica?

Il corso conclude che l’infezione da COVID-19 può indurre uno stato di ipercoagulabilità transitoria che, in accordo con la triade di Virchow, può favorire la formazione di trombi e affezioni trombotiche a sede retinica. È presentata come osservazione clinico-epidemiologica, da contestualizzare con la letteratura aggiornata.

A chi è rivolto il corso ECM e quanti crediti rilascia?

Il percorso formativo è rivolto a medici chirurghi (in particolare oculisti) e a ortottisti/assistenti di oftalmologia. È erogato in modalità FAD (formazione a distanza) e rilascia 10 crediti ECM. È curato dalla Dott.ssa Francesca Fronticelli Baldelli.

In conclusione

La gestione della trombosi della vena centrale della retina richiede di muoversi con sicurezza tra inquadramento clinico, distinzione delle forme, imaging avanzato e scelte terapeutiche supportate dai trial. Padroneggiare la differenza tra forma ischemica e non ischemica, leggere correttamente OCT e AngioOCT e collocare corticosteroidi e anti-VEGF nel contesto giusto sono competenze che fanno la differenza nella pratica quotidiana. Il corso ECM “Trombosi della vena centrale della retina. Dalla teoria alla pratica clinica”, curato dalla Dott.ssa Francesca Fronticelli Baldelli, accompagna oculisti e ortottisti lungo questo percorso, dai fondamenti fisiopatologici ai casi clinici commentati, fino alla correlazione con il COVID-19. Per approfondire e ottenere i 10 crediti ECM previsti, è possibile consultare la scheda completa del corso.

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