Social e disturbi alimentari negli adolescenti: cosa sappiamo davvero
Redazione IKOSECM
Articolo di approfondimento al corso Ecm C1137.
Il legame tra social e disturbi alimentari negli adolescenti è uno dei temi più discussi — e più fraintesi — della pratica clinica con i giovani. La tentazione di indicare nelle piattaforme digitali il colpevole unico è forte, ma la realtà è più sfumata: non esistono studi che dimostrino una causalità diretta tra social media e disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Ciò che emerge è un’influenza reciproca, in cui i media rispecchiano e amplificano tensioni già presenti nella società. Per chi lavora con adolescenti e preadolescenti, capire questo meccanismo è il primo passo per intercettare i segnali di rischio e accompagnare le famiglie senza allarmismi né minimizzazioni.
Questo corso ECM in modalità FAD è rivolto a tutte le professioni sanitarie che operano a contatto con adolescenti e giovani adulti. Eroga 10 crediti ECM e adotta un taglio clinico-divulgativo e multidisciplinare, integrando nutrizione, psicologia e media education. Tre i docenti, con competenze complementari: un medico dietologo, una dietista e uno psicoterapeuta. L’obiettivo è fornire una lettura non semplicistica di come i nuovi media influenzano le abitudini alimentari dei più giovani.
I disturbi della nutrizione e dell'alimentazione: l'inquadramento clinico
Il percorso formativo parte dall’inquadramento clinico dei DNA, sottolineando un dato che spesso passa in secondo piano: si tratta di patologie gravi, in cui l’anoressia nervosa rappresenta la malattia psichiatrica a più alta mortalità. Le cause di morte comprendono le complicanze della malnutrizione, i metodi di controllo del peso e un elevato rischio suicidario.
La classificazione di riferimento è quella del DSM-5, che include anoressia nervosa, bulimia nervosa, disturbo da binge-eating (BED), ARFID, pica, disturbo di ruminazione e OSFED. Il corso ripercorre criteri diagnostici, segni, sintomi e complicanze d’organo, soffermandosi sull’eziologia bio-psico-sociale: una componente ereditaria importante, tratti come il perfezionismo, esperienze traumatiche e l’influenza culturale e mediatica.
Particolare attenzione è dedicata alla valutazione dello stato nutrizionale e ai cosiddetti red flags clinici, insieme agli strumenti di screening più diffusi (SCOFF, EAT-26) e alle linee guida internazionali (NICE, MEED, APA). Si tratta di contenuti formativi pensati per affinare lo sguardo del professionista, non per sostituire il percorso diagnostico.
Ortoressia e bigoressia: la ricerca ossessiva della perfezione
L’ortoressia nervosa, descritta per la prima volta da Bratman nel 2001, è un’ossessione patologica per la purezza e la salubrità del cibo. La persona non si concentra sulla quantità ma sulla qualità, evita in modo rigido i cibi non controllati e tende a ritirarsi dalle situazioni sociali. Ciò che la distingue dal semplice salutismo è il perseguire il “cibo giusto” anche a discapito della propria salute e delle relazioni.
La bigoressia, o dismorfia muscolare — talvolta definita “anoressia inversa” — è invece caratterizzata da un’autopercezione di gracilità e da una preoccupazione eccessiva per la massa muscolare. Comporta esercizio fisico compulsivo, diete iperproteiche rigide e abuso di integratori o anabolizzanti, con una prevalenza maschile e un esordio tipicamente intorno ai 19-20 anni.
Per entrambe le condizioni il corso propone un inquadramento clinico e un percorso terapeutico orientato alla flessibilizzazione graduale, con un ruolo centrale della psicoterapia. Sono temi di crescente interesse perché si collocano in una zona di confine dove l’aspirazione alla salute o alla forma fisica può scivolare nel disturbo.
Internet e social: potenzialità e rischi
Il corso adotta una lettura equilibrata del fenomeno digitale. Da un lato ci sono potenzialità concrete: educazione sanitaria capillare, community pro-recovery che sostengono chi è in percorso di guarigione, interventi di prevenzione che raggiungono platee altrimenti difficili da intercettare. Dall’altro, i rischi sono altrettanto reali: la sovraesposizione a corpi idealizzati, i contenuti pro-ED (che promuovono comportamenti disordinati) e gli algoritmi che amplificano questi messaggi nei soggetti vulnerabili.
Un riferimento citato nel materiale è lo studio #StatusofMind della Royal Society for Public Health del 2017, secondo cui Instagram risulta il social network più deleterio per la salute mentale dei giovani, in particolare delle giovani donne, alimentando ansia, depressione, senso di solitudine e FOMO (la paura di essere tagliati fuori).
Il punto chiave, ribadito più volte, è che i social rispecchiano e amplificano — semplificandoli — temi già presenti nella società: l’attenzione all’immagine corporea, il bisogno di controllo e di riconoscimento. Indirizzano questi contenuti a un pubblico ricettivo, ma non li creano dal nulla.
Stare nei social: identità, corpo e "generazione ansiosa"
Il corso esplora il vissuto degli adolescenti nella rete a partire dalle differenze generazionali (Millennials, Gen Z) e dalla fragilità di un’identità in formazione. Online il rapporto con il corpo si fa più complesso, le identità diventano fluide e si afferma quella che il materiale, citando Goleman, descrive come una condizione di “emozioni senza corpo, interazioni senza relazioni”.
Centrale è il ruolo dell’algoritmo, il cui unico obiettivo è trattenere l’utente il più a lungo possibile, riproponendo in modo seriale contenuti emozionali e aspirazionali. Si genera così la filter bubble descritta da Eli Pariser, che può portare a un’esposizione selettiva a modelli alimentari estremi. Il corso richiama inoltre gli effetti su sviluppo cerebrale, sistema di ricompensa ed “effetto dei like”.
Il filo conduttore è la tesi di Jonathan Haidt sulla “generazione ansiosa”: dal 2013 si osserva un picco di ansia e depressione tra i giovani, ricondotto a un’infanzia fondata sul telefono. Haidt individua quattro danni — deprivazione sociale, privazione di sonno, frammentazione dell’attenzione e dipendenza — e segnala come le ragazze che usano molto i social abbiano un rischio significativamente più alto di depressione.
Il cibo attraverso lo schermo e le mode alimentari
Una parte rilevante del corso analizza come il cibo viene messo in scena sui social. I food blogger e gli influencer hanno aspetti positivi e negativi, ma è il marketing rivolto ai più piccoli a destare maggiore preoccupazione. Lo studio Naderer del 2024 sui food cues dei child e youth influencer ha rilevato che il 67% degli alimenti rappresentati non era conforme al WHO Nutrient Profile Model, con il cioccolato tra i più presenti, intorno al 19,8%.
I video mukbang, in cui i creator consumano grandi quantità di cibo, possono distorcere la percezione delle porzioni “normali” e, in soggetti predisposti, agire come trigger di abbuffate. I video What I Eat in a Day presentano la giornata alimentare di un creator come routine reale e imitabile, ma spesso normalizzano diete ipocaloriche: l’esposizione frequente si associa ad aumento della restrizione cognitiva e dell’intenzione di mettersi a dieta, attraverso il confronto sociale ascendente.
Sul fronte delle mode, il corso contrappone la fitspiration — contenuti motivazionali basati su corpi molto magri o estremamente tonici, associati a maggiore insoddisfazione corporea — alla body positivity, che ha invece mostrato effetti benefici sull’apprezzamento del proprio corpo e su atteggiamenti alimentari più flessibili. Vengono trattate anche le fad diets e i contenuti pro-ana.
Media education e il ruolo del professionista della nutrizione
Il corso dedica ampio spazio all’educazione ai social e all’alfabetizzazione mediatica. La media literacy — la capacità di analizzare, valutare e interpretare criticamente i contenuti, comprendendo come i messaggi vengono costruiti e quali interessi veicolano — è presentata come prevenzione primaria, soprattutto tra adolescenti e giovani adulti. Sul fronte familiare si parla di digital parenting, con i diversi stili educativi, di sharenting e dei quattro punti di Rivoltella (tempo, spazio, contenuto, relazione).
Il professionista della nutrizione che comunica sui social è chiamato a un debunking scientifico costruttivo e ad alfabetizzare il pubblico, agendo come una sorta di “traduttore culturale”. Gli standard etici per i dietisti prevedono disclosure esplicita di sponsorizzazioni e collaborazioni, comunicazione basata sull’evidenza, trasparenza e tutela rigorosa della privacy.
Infine, il corso guarda alla prevenzione che passa attraverso il mondo virtuale: oltre alla social media literacy, vengono discusse la prevenzione selettiva per i giovani a rischio, le app terapeutiche come strumento integrativo (mai sostitutivo della presa in carico), la telehealth e le community pro-recovery. Strumenti che, usati con criterio, possono trasformare la rete da fattore di rischio a risorsa.
Domande frequenti
Quali sono le principali categorie di disturbi alimentari secondo il DSM-5?
Il DSM-5 include tra i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa, il disturbo da binge-eating (BED), l’ARFID (disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo), la pica, il disturbo di ruminazione e l’OSFED. Si tratta di un gruppo eterogeneo per manifestazioni cliniche e gravità, che il corso inquadra in chiave bio-psico-sociale.
Perché i disturbi alimentari sono considerati così gravi sul piano della salute?
Perché, secondo il materiale del corso, i loro tassi di mortalità superano il 10% e l’anoressia nervosa è la malattia psichiatrica con il più alto tasso di mortalità. Le cause di morte comprendono le complicanze della malnutrizione, i metodi di controllo del peso e un elevato rischio suicidario, che riguarda in particolare l’anoressia nervosa.
Quando si parla di malnutrizione proteico-calorica grave?
Il materiale del corso indica una malnutrizione proteico-calorica grave in presenza di un calo ponderale superiore al 20% sul peso abituale, oppure di un BMI inferiore a 16. Sono parametri di valutazione dello stato nutrizionale che vanno letti insieme ai segnali di allarme clinici, e non in isolamento.
Che cos'è l'ortoressia nervosa?
L’ortoressia nervosa, descritta per la prima volta da Bratman nel 2001, è un’ossessione patologica per la purezza e la salubrità del cibo: la persona si concentra non sulla quantità ma sulla qualità, evita in modo ossessivo i cibi non controllati e le situazioni sociali. Si distingue dal salutismo perché persegue il “cibo giusto” anche a discapito della propria salute e delle relazioni.
Che cos'è la bigoressia?
La bigoressia, o dismorfia muscolare (“anoressia inversa”), è caratterizzata da un’autopercezione di gracilità e da una preoccupazione eccessiva per la propria massa muscolare. Comporta esercizio fisico compulsivo, diete iperproteiche rigide e abuso di integratori o anabolizzanti; colpisce prevalentemente i maschi, con un’età media d’esordio intorno ai 19-20 anni.
I social media causano davvero i disturbi alimentari?
No. Il materiale del corso sottolinea che non esistono studi che dimostrino una causalità diretta tra social media e disturbi alimentari: si rileva piuttosto un’influenza reciproca tra pubblico e media. I social rispecchiano e amplificano, semplificandoli, temi già presenti nella società — come l’attenzione all’immagine corporea e il bisogno di controllo e di riconoscimento — indirizzandoli a un pubblico ricettivo.
Qual è l'obiettivo principale degli algoritmi dei social media?
Gli algoritmi seguono un’unica legge: trattenere l’utente il più a lungo possibile nella piattaforma, riproponendo in modo seriale i contenuti emozionali e aspirazionali ritenuti più interessanti. Questo crea una filter bubble che può portare a un’esposizione selettiva a modelli alimentari estremi, rinforzando i contenuti pro-ED nei soggetti più vulnerabili.
Quale social network è risultato più impattante sulla salute mentale nello studio #StatusofMind?
Secondo lo studio #StatusofMind della Royal Society for Public Health del 2017, Instagram è risultato il social network più deleterio per la salute mentale dei giovani, in particolare delle giovani donne, perché capace di filtrare ogni imperfezione facendo sentire gli utenti ansiosi, depressi, soli e affetti da FOMO, la paura di essere tagliati fuori.
Perché i video "What I Eat in a Day" possono essere dannosi?
I video WIEIAD mostrano la giornata alimentare di un creator come routine reale e imitabile, ma spesso normalizzano diete ipocaloriche e restrittive. L’esposizione frequente si associa ad aumento della restrizione cognitiva, rischio di abbuffate compensatorie e interiorizzazione dell’ideale di magrezza, attraverso il meccanismo del confronto sociale ascendente con il corpo e la dieta del creator.
Quali rischi comporta la visione frequente dei video mukbang?
L’effetto dei mukbang, video in cui i creator consumano grandi quantità di cibo, è legato soprattutto alla distorsione della percezione delle porzioni “normali” e al rinforzo di condotte disfunzionali. In soggetti predisposti possono agire come trigger di abbuffate, e studi recenti mostrano un’associazione tra visione frequente e sintomi di binge eating o uso problematico dei social.
Che cos'è la "fitspiration" e che effetti ha?
La fitspiration (da fitness più inspiration) è un insieme di contenuti motivazionali basati su corpi molto magri o estremamente tonici presentati come modelli ideali. L’esposizione è associata ad aumento dell’insoddisfazione corporea, confronto sociale ascendente e peggioramento dell’umore, in particolare nelle giovani più frequentemente esposte.
Che effetti hanno invece i contenuti di body positivity?
A differenza della fitspiration, l’esposizione a contenuti di body positivity ha mostrato effetti benefici: migliora la body appreciation, cioè la capacità di apprezzare e rispettare il proprio corpo, riduce l’ansia legata all’aspetto e favorisce atteggiamenti alimentari più flessibili e meno rigidi.
Quali cibi sono più rappresentati nei contenuti dei giovani influencer?
Secondo lo studio Naderer del 2024 sui food cues nei contenuti dei child e youth influencer su YouTube, la maggioranza degli alimenti rappresentati non è conforme agli standard OMS per la pubblicità ai minori: dolci e cioccolato sono tra i più presenti, con il cioccolato intorno al 19,8%. L’esposizione si associa a un aumento a breve termine del consumo di snack ad alta densità calorica nei bambini.
Che cos'è l'alfabetizzazione mediatica e perché è importante?
L’alfabetizzazione mediatica è la capacità di analizzare, valutare e interpretare criticamente i contenuti dei media, comprendendo come i messaggi vengano costruiti, quali interessi veicolino e quale impatto possano avere. Aiuta a distinguere i contenuti realistici da quelli manipolati con filtri, editing o sponsorizzazioni, ed è considerata una strategia di prevenzione primaria dei disturbi alimentari, soprattutto tra adolescenti e giovani adulti.
Come dovrebbe comportarsi un professionista della nutrizione che comunica sui social?
Secondo gli standard etici per i dietisti sui social, il professionista deve dichiarare apertamente sponsorizzazioni e collaborazioni con disclosure esplicita all’inizio del contenuto, comunicare informazioni basate sull’evidenza, mantenere trasparenza e tutelare la privacy: in particolare è vietato condividere dati sanitari identificabili senza consenso scritto. Deve inoltre distinguere nettamente la divulgazione educativa dalla promozione di servizi o prodotti, per non comprometterne la credibilità.
In conclusione
Il rapporto tra social e disturbi alimentari non si risolve né demonizzando le piattaforme né sottovalutandone l’impatto. Per il professionista sanitario che lavora con adolescenti, la chiave è riconoscere l’influenza reciproca tra media e comportamenti, intercettare i segnali di rischio e promuovere l’alfabetizzazione mediatica come leva di prevenzione. Significa anche saper accompagnare le famiglie nel digital parenting e, quando si comunica online in prima persona, farlo con rigore scientifico e trasparenza. Per approfondire in modo strutturato questi temi — dall’inquadramento clinico dei DNA fino alla prevenzione attraverso il mondo virtuale — è disponibile il corso ECM FAD La dieta dei social, che eroga 10 crediti con un approccio multidisciplinare che unisce nutrizione, psicologia e media education.
Crediti immagini:
- Foto di Brooke Lark su Unsplash